#110 Il mercato nero dei farmaci antitumorali e le altre notizie della settimana Raffaele Mangano, Aprile 22, 2026Luglio 20, 2026 In questo numero ci si occupa di diverse notizie: anzitutto dell’inchiesta che ha portato alla luce un mercato internazionale gestito dalla criminalità organizzata sui farmaci antitumorali, poi della sconfitta in Ungheria del nazionalista Viktor Orbàn, dopodiché si affronterà la nomina del nuovo amministratore delegato di Leonardo, le eventuali primarie nel campolargo e le indagini riguardanti l’AC Milan e la sua proprietà. Alla fine di questo numero, come di consueto, alcuni consigli di lettura. Ma, come sempre, andiamo con ordine. 1. Esiste un mercato nero sul traffico di farmaci antitumorali A renderlo noto un’inchiesta internazionale pubblicata dall’Espresso e da Icij che associa una serie di furti avvenuti in Italia ad un gruppo criminale in grado di muovere un giro d’affari di oltre 39 milioni di euro. 1.1 The Cancer Calculus Il sistema è venuto alla luce durante due processi svolti a Cremona: il primo si chiama Dawaa, che vuol dire “farmaco” in arabo, concluso nel 2024, mentre il secondo, ancora in corso, è stato rinominato dai giornalisti Cancer Calculus. A vario titolo si trovano indagati in uno o in entrambi dei due processi diversi esponenti del clan campano-egiziano che gestiva questo enorme giro d’affari: Ciro Sacchettino, Luigi Equabile e Pasquale De Luca per la componente campana, mentre Wael Azmi, Ghattas Loay, Gad El Husseini e Abed Abdelnasser sono gli arrestati della componente egiziana. L’ultimo di questi ha già patteggiato, prima però di discutere del furto da 39 milioni che questa banda è riuscita a compiere, quello di ben 6.910 confezioni di Keytruda, il quale costa a fustella 5.657 euro. Il Keytruda, nome commerciale del pembrolizumab, è un farmaco che aiuta il sistema immunitario ad attaccare i tumori e ha dato risultati molto promettenti in una serie di test, soprattutto in persone che si sono rivelate resistenti alle classiche terapie antitumorali. Il suo costo, poiché viviamo in una società capitalista, è talmente alto che se non ci fosse un servizio sanitario pubblico risulterebbe impossibile poterne usufruire. Ma non in tutti i paesi esiste un sistema sanitario pubblico. Anzi, non in tutti i paesi è possibile usufruire di questo farmaco. Ed ecco spiegato le ragioni del furto e del successivo spaccio, avvenuto tra Medio Oriente e Nord Africa. Ad oggi, però, sebbene le indagini dei Nas abbiano ricostruito l’esatto percorso delle fiale rubate, le autorità italiane non sono riuscite a riaverne nessuna. In altri termini, delle più di cinquemila fiale rubate non è stato possibile riprenderne alcuna. Tutte svanite. L’indagine era iniziata il 30 gennaio 2019, quando Alberto Pizzi, il manager di Dhl (un magazzino nei pressi di Milano dove le dosi di Keytruda erano state raccolte) aveva denunciato il furto presso i Carabinieri. Ad onor di cronaca, oltre il carico di Keytruda era stato denunciato il furto anche di altri medicinali, ma non stiamo lì a sindacare sull’effettiva merce rubata. Il valore della merce, sebbene si tratti di medicinali, è sorprendente: supera i 40 milioni di euro. Certo, tra obblighi di vendita con sconti pari al 50% per il settore pubblico, etc., l’azienda farmaceutica (la Msd) avrebbe perso “appena” 9 milioni di euro per questo furto, ma non è ciò che importa al fine di questa ricostruzione. Infatti, bastano pochi mesi e viene arrestato Abdenasser, detto “Nasser”, il quale non può fare altro che patteggiare, poiché nel suo cellulare sono presenti foto, video e altri documenti riguardanti le 52 scatole di farmaci sottratti. Viene subito ricostruito il giro milionario, con tanto di prove di un acquirente a Istanbul, Mohamad Banchi, incontrato da Nasser a settembre del 2019, incontro che porterà all’acquisto di uno dei 57 scatoloni di farmaci. Nasser, alle strette, con tanto di prove di furto e vendita della merce sottratta, patteggia e fornisce indicazioni per il suo fornitore e alcuni medici (uno turco e uno dell’Arabia Saudita), nei cui studi finivano le scorte di medicinale rubato. Oltre a Nasser vengono arrestati anche gli altri membri della “batteria”, i quali cedono anche loro, un po’ per volta, alla pressione dei Carabinieri. Ma non si fermano certo i furti. A Napoli nel maggio 2024 è Sacchettino, gancio tra gli egiziani e i campani, a portare a termine un furto di farmaci antitumorali dal valore di 1,9 milioni di euro presso la farmacia dell’Università Federico II. Il gruppo di Sacchettino avrebbe dovuto continuare ad inviare dosi presso il Medio Oriente, ma tutto finisce con l’arresto e la condanna del nucleo napoletano a marzo 2025. Non è la prima volta che si parla di furti dovuti a medicinali e/o a truffe di questo calibro. Siamo abituati a notizie di medici, farmacie o di altri esercenti che lucrano sui farmaci per rivenderli nel mercato nero, con fatture false o seguendo altri schemi macchinosi, come ad esempio l’Operazione Vulcano del 2014, la quale ha portato all’arresto ben 80 persone, le quali “avevano semplicemente trasferito le loro attività dall’Italia, dove i canali di vendita illegali erano stati chiusi, ad altri Stati membri dell’UE”, come riporta l’Osservatorio sulle “agromafie”, ovvero quei sistemi criminali che operano all’interno del mondo agroalimentare. Ed è il sistema che ne viene fuori che è degno delle migliori serie tv sui narcotrafficanti: familiari o amici negli aeroporti di arrivo (come quello del Cairo), pronti a far eludere i controlli per i bagagli dei nostri, intermediari, ricettatori e magazzini pronti all’uso per lo stoccaggio della merce. A volte basta anche un farmacista compiacente, come nel caso di Ghattas Loay, commerciante e farmacista egiziano, altro membro della squadra di Nasser, che a Crema (in provincia di Cremona) nel febbraio del 2018 si è recato presso un’agenzia di poste private per spedire un pacco di medicinali in Francia. Nulla di sbagliato, certo. Ma il fatto che lo stesso farmacista abbia spedito due pacchi in pochi giorni ha allertato gli impiegati del servizio postale che hanno richiesto l’intervento dei Nas. La pm Irene Prette ha sequestrato i medicinali (sempre antitumorali rubati in varie zone d’Italia: da Napoli a Catanzaro) dal valore di circa 100 mila euro e ha fatto inviare comunque il pacco, mettendo sotto intercettazione Loay. Dopo pochi giorni, Loay ha ricevuto la telefonata dal suo acquirente che lamentava un pacco vuoto. I due litigano e Loay sostiene che potrebbe vendere la merce in altri mercati: Germania, Egitto, Siria, Iraq, senza nessun problema. Era ciò che la pm cercava. Wael Azmi (terzo membro di questa squadra), invece, viaggia per tre volte da Cremona a Napoli, si mette in contatto con Sacchettino e in questi viaggi definisce i limiti dei suoi accordi. Da Sacchettino acquista medicinali antitumorali con cui riempie un borsone che affida a sua madre assieme ad un biglietto per il Cairo. Azmi crede di star agendo nell’ombra, ma gli inquirenti lo pedinano da giorni: sanno di ogni suo movimento e al momento dell’arresto nel borsone vengono rinvenuti anche altri medicinali, oltre al famoso Keytruda, tutti rubati tra Bari e Catania. I carichi sequestrati sono stati tutti distrutti, per ovvie ragioni. Nasser, Loay e Azmi patteggiano, ma le condanne non superano i tre anni e qualche mese. Rischi bassi e guadagni altissimi, se non si viene sgamati. I danni al servizio sanitario nazionale, invece, sono enormi. 1.2 Perché i farmaci costano così tanto? Scrivendo e leggendo di quest’inchiesta è sorta una domanda, forse infantile, ma comunque lecita, che chiede: perché i farmaci antitumorali costano così tanto? Certo, ci si potrebbe chiedere in generale perché i farmaci hanno costi molto alti, ma quelli in oggetto possono superare anche i cinque mila euro a flaconcino, a pillola o a singolo utilizzo. Dieci flaconcini di Keytruda possono valere 50 mila euro, il costo di un’appartamento in una città di provincia. Insomma, costano tanto perché sono “miracolosi”? Perché chi spende tanto deve avere la certezza che i propri soldi vengano effettivamente ripagati con una cura certa. Eppure non è questo il caso. Infatti, questi farmaci non sono miracolosi, anzi. Sono leggermente migliori rispetto ai propri competitor, dando soglie leggermente più alte di sopravvivenza. Ma nulla che faccia gridare al miracolo. Si può affermare che il costo così elevato dei farmaci ontologici non rispecchiano un reale beneficio clinico, misurato nei termini di una sopravvivenza globale, tanto alto da giustificarne i prezzi. E lo stesso sistema sanitario non può sopravvivere ancora per molto a questi ritmi, soprattutto se si lascia sempre più mano libera alle aziende farmaceutiche che non ambiscono ad altro pur di alzare i prezzi dei loro medicinali. Il discorso si fa ora complesso ed è bene trattarlo con il dovuto rispetto. Ad oggi lo strapotere delle case farmaceutiche è praticamente impossibile da fermare. O, per meglio dire, non c’è nessun leader mondiale con la spina dorsale abbastanza dritta da imporsi verso queste aziende. Addirittura l’Oms (l’Organizzazione Mondiale della Sanità) in un recente comunicato ha invitato ad adottare nuove strategie di utilizzo dei farmaci, soprattutto quelli oncologici, così da utilizzare meno dose per un singolo paziente, per cercare di recuperare qualche dose in più, attraverso questa pratica. Insomma: anziché denunciare gli incassi milionari delle aziende farmaceutiche sulla vita dei cittadini, l’Oms ha preferito invitare i medici a “stringere la cinghia”, a mettere da parte qualche goccia di medicinale, così da poterne ricavare una ogni tot utilizzate. E se i medici fossero liberi dalle pressioni delle case farmaceutiche, questo sarebbe un bel manifesto. Purtroppo non è così: sono molti i medici che ricevono finanziamenti dalla lobby di Merck, quella che produce il Keytruda, i quali non hanno nessuna intenzione di far perdere qualche migliaia di euro di dosi a chi li finanzia. E a complicare il tutto, ovviamente, si è inserito anche Donald Trump, il quale si è espresso a favore della diminuzione dei prezzi dei farmaci negli Stati Uniti, a patto che le stesse Big Pharma aumentino i prezzi dei farmaci in Europa. Il punto è, e rimane, sempre lo stesso: non far perdere soldi a chi produce farmaci. Di curare le persone bene e gratis non gliene frega niente a nessuno. In un modo e nell’altro gli unici vincitori di tutta questa faccenda sono i miliardari che sintetizzano e commerciano farmaci. E guai a pensare ad un modo per permettere a chi non ha la possibilità di curarsi. 1.3 Aifa, tutto bene? Questo principio cardine del proprio operato (ovvero far arricchire chi vende medicine, non certo curare bene e gratis chi ne ha bisogno) si può rivelare anche all’interno delle scelte del ministero della Salute. Basta osservare l’Aifa. Andiamo con ordine: nel corso di un convegno di Federfarma, tenuto nel Lametino, in Calabria, il 12 aprile scorso, il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato ha detto le classiche frasi di circostanza, tra cui il classicone: «La farmacia non è più soltanto il luogo della dispensazione del farmaco, si è trasformata in un presidio territoriale capace di avvicinare la salute ai cittadini, soprattutto nei contesti più fragili, nelle aree interne, contribuendo anche a ridurre la pressione su ospedali e ambulatori». La frase è di una retorica banale e imbarazzante, ma mostra bene come la dialettica del nostro sottosegretario non si sbilanci in nessun modo verso i problemi che l’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) ha riscontrato nell’ultimo suo rapporto. Il sottosegretario li tace perché ambisce alla poltrona di ministro alla Salute, attualmente occupata da Orazio Schillaci. Non occorre fare polemiche, non bisogna anzi fare polemiche. E tutto tace fintanto che tutti ci guadagnano. Soprattutto le farmacie. Guardando questo documento appare chiaro come molte cose non tornino. Ad esempio non torna il limite di spesa che l’Aifa poteva utilizzare per l’acquisto di farmaci pubblici. Il quale è salito di 2,85 miliardi rispetto alle previsioni. Non certo spiccioli. Soldi che il governo Meloni dovrà tagliare, ovviamente, altrove. Magari sulla scuola o sul trasporto pubblico, visto che i soldi per il ponte sullo Stretto non possono essere usati per altro. Insomma, circa 3 miliardi di spesa eccessiva che nasce, guarda caso, subito dopo l’introduzione di un nuovo modo di calcolare i rimborsi ai farmacisti. Infatti, se prima i farmaci venivano rimborsati al farmacista al 30,35 per cento del prezzo al pubblico, oggi vengono rimborsati al 6 per cento ma con una quota fissa che varia da 0,55 a 2,50 euro. Questo nuovo sistema, a conti fatti, ideato dalla triade geniale Meloni-Schillaci-Gemmato (ognuno, sia chiaro, con le proprie colpe e competenze) non ha aumentato il numero di farmaci venduti, ma solo il loro costo. Gli stessi identici farmaci ora ci costano circa 3 miliardi in più. Soldi che, ovviamente, non incassa lo Stato, ma che anzi lo Stato deve spendere a favore delle farmacie. Inoltre, all’interno dell’Aifa è sorto un altro problema. A novembre 2025 l’obesità è stata dichiarata una malattia cronica, il che significa, in soldoni, che i farmaci contro l’obesità potranno essere rimborsati proprio dall’Aifa, la quale, come già detto, è già sopra 3 miliardi circa di spesa rispetto alle risorse che potrebbe spendere in farmaci. Questa legge voluta dal trittico Meloni-Schillaci-Gemmato, sebbene sia nobilissima, se non alimentata da un aumento di spesa pubblica per i farmaci (magari sottraendola a quella inutile del ponte sullo Stretto) non potrà essere mai applicata. Gli stessi dubbi (eccetto la critica sul ponte) sono emersi dalle parole di Roberto Nisticò, presidente dell’Aifa, che sul dibattito che si è aperto su questa legge è sembrato essere l’unica persona adulta nella stanza. Infatti, lo scopo del governo sembra proprio quello di far arricchire le farmacie. A confermarlo lo smantellamento dei due comitati scientifici all’interno della stessa (i quali dovrebbero vigilare sugli aspetti scientifici e sui prezzi dei farmaci), per la creazione di un nuovo comitato di dieci membri nominati dal Governo, dei quali in buona parte privi di qualsivoglia background scientifico. Alla faccia della meritocrazia. In questo senso: «Rafforzare le funzioni di vigilanza dell’Agenzia però non rientra tra gli obiettivi del governo, che punta piuttosto a facilitare l’iter delle aziende che intendono commercializzare farmaci». 2. Viktor Orbàn ha perso le elezioni Dopo sedici anni di potere, la sconfitta alle ultime elezioni segna la fine della democrazia illiberale e del sovranismo di Viktor Orbàn. A vincere è stato il leader dell’opposizione Péter Magyar, che ha usato una strategia politica concreta, basata sui problemi dell’economia. Cerchiamo, però, di spiegare un po’ quello che è successo. Orbàn negli ultimi anni ha governato sull’Ungheria con un fare non propriamente “democratico”, basando la politica interna su una retorica polulista, conservatorista e fondamentalista religiosa. In altri termini, Orbàn si è contraddistinto come un leader di estrema destra, che una volta giunto al potere non lo ha più lasciato, instaurando una serie di leggi (contro l’immigrazione, contro l’Europa, per la difesa dell’Ungheria contro qualsiasi nemico esterno) che hanno trasformato lo stato in quella che lui stesso ha definito una “democrazia illiberale”. Questo concetto implica che vi sia una democrazia de iure, ma uno stato autoritario de facto. In parole povere, in una democrazia illiberale le elezioni sono delle farse e il governo controlla tutti i poteri statali (esecutivo, legislativo e giudiziario, compreso di magistratura), ma, più di tutto, tutti i media. Precisato ciò, appare molto difficile in stati “illiberali” anche il solo poter pensare un’opposizione efficace e, va da sé, che le elezioni vengano vinte sempre e comunque dal candidato uscente. Orbàn da questo punto di vista non è stato di meno. Il motivo per cui un popolo sceglie un potere illiberale è semplice: sicurezza e miglioramento dello stile di vita. Sono questi i due pilastri su cui Orbàn ha basato tutto la sua propaganda politica negli ultimi anni: da un lato la sicurezza contro nemici esterni, che siano gli immigrati irregolari o che siano i russi da Est, dall’altro il migliorare la vita dei suoi cittadini con salari più alti, prodotti di qualità, servizi pubblici efficienti e una burocrazia chiara e semplice. E su queste note populiste 16 anni fa Orbàn era riuscito a vincere le elezioni accusando la classe politica di allora di aver trascinato il paese in una crisi economica a cui lui avrebbe messo rimedio. Ma erano tutte bugie. L’Ungheria è diventata sempre più il paese europeo fanalino di coda, con una costante decrescita e un aumento della disoccupazione. Il modello di Orbàn, che prevedeva prezzi calmierati e acquisto di gas dalla Russia, non è stato più in grado di riprendersi dopo la pandemia di Covid-19. Per un po’ i fondi europei sono riusciti ad evitare una nuova crisi economica, ma nel 2022, davanti alla richiesta del Parlamento europeo di prove che il paese sia realmente libero e che non vi sia un’autocrazia (o peggio ancora una dittatura) la maschera è crollata. Così dal 2022 l’Europa ha iniziato a considerare il paese membro come un’autocrazia e ha bloccato tutti i finanziamenti che stava elargendo. Soluzione? L’economia ungherese è crollata. Ne ha approfittato Magyar che ha concentrato la sua campagna elettorale propria sulla denuncia della corruzione e sui temi economici. Orbàn, invece, ha usato lo spauracchio della guerra in Ucraina, sostenendo che è ancora tempo di difendersi contro il nemico alle porte, strategia che aveva funzionato nel 2022 ma che nel 2026 non ha avuto lo stesso successo. La posizione di Orbàn sulla guerra in Ucraina è quella del pacificatore: infatti per lui Vladimir Putin non è affatto un nemico, bensì un valido alleato con cui interloquire. Una posizione che però non trova consenso né in Trump, né nel suo vice JD Vance che è andato in Ungheria per fare campagna elettorale in favore di Orbàn, ma che presto si è ritrovato in contraddizione con ciò che affermava il presidente uscente ungherese (per Trump Putin rimane un nemico). Magyar ora prenderà le redini del paese e proverà ad uscire dalla crisi in cui Orbàn l’ha trascinato. Ma non si pensi a Magyar come ad un socialista. Il neopresidente è un conservatore, meno euroscettico di Orbàn, ma tanto vale. Insomma, si è passati da un governo illiberale di estrema destra, ad uno liberale di centro-destra. Bisogna anche dire, però, che con Orbàn al potere non si poteva certo presentare alle elezioni un partito di sinistra. Appare naturale come ciò che per noi è comunque della medesima ideologia politica, per l’Ungheria sia una svolta generazionale. Nonostante ciò, quello che in questo momento conta è che la nuova legislatura abbia i numeri per modificare la Costituzione e che apra a nuove elezioni, finalmente libere, magari anche con qualche partito di sinistra. 3. Lorenzo Mariani è il nuovo amministratore delegato di Leonardo Il recente cambio al vertice di Leonardo, principale gruppo industriale italiano nei settori della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza, è stato presentato come un passaggio ordinato e privo di tensioni, ma dietro questa narrazione emergono questioni più profonde legate alla governance delle grandi aziende partecipate dallo Stato e al confronto con i modelli internazionali. Per comprendere il significato di questa nomina è utile ricordare che Leonardo, già nota in passato come Finmeccanica, rappresenta un attore strategico non solo per l’economia nazionale ma anche per la politica estera e la sicurezza, operando in settori altamente sensibili e spesso intrecciati con le decisioni governative, motivo per cui la scelta dei vertici aziendali assume una rilevanza che va oltre la semplice gestione manageriale. In questo contesto, il passaggio di consegne tra Roberto Cingolani e Lorenzo Mariani alla guida dell’azienda segna formalmente una continuità, ma apre anche interrogativi sulla composizione del consiglio di amministrazione e sulla qualità complessiva della classe dirigente coinvolta, soprattutto se confrontata con quella delle grandi imprese internazionali dello stesso settore, dove spesso si riscontra una maggiore presenza di profili con esperienza globale e una più marcata indipendenza rispetto alla politica. Cingolani, quindi, secondo la ricostruzione degli esperti delle nomine meloniane, è stato tolto di mezzo a causa del suo progetto “Michelangelo Dome”, uno scudo missilistico europeo che non piaceva né a Stati Uniti né ad Israele, i quali vorrebbero loro i fondi per costruire una cosa simile e non lasciarlo ad un’azienda statale come Leonardo. Una dietrologia del genere sembra proprio la tesi più realistica paradossalmente. Infatti, il problema di Cingolani è il non essersi piegato alle esigenze di USA e Israele perseguendo il suo desiderio di uno scudo missilistico fabbricato da aziende italiane. Mariani, quindi e di conseguenza, sarà più accondiscendente e sottone alla leadership meloniana e non si avranno più (o si spera) problemi di orgoglio nazionale. Il tema delle nomine nelle aziende partecipate è infatti un elemento strutturale del sistema italiano, in cui lo Stato, attraverso il Ministero dell’Economia e delle Finanze, mantiene un ruolo diretto nella designazione dei vertici, con l’obiettivo di coniugare interesse pubblico ed efficienza economica, ma con il rischio di introdurre logiche politiche nella selezione dei manager. In questo caso, la scelta di Mariani è una scelta politica. 4. Il campo largo non sa se vuole le primarie Nel dibattito politico italiano torna con forza il tema delle primarie, cioè lo strumento con cui gli elettori di una coalizione scelgono direttamente il proprio leader, ma nel caso del cosiddetto “campo largo” del centrosinistra questo meccanismo rischia di trasformarsi da soluzione a problema, perché viene utilizzato per sciogliere un nodo politico che in realtà è ancora irrisolto: quello dell’esistenza stessa di una coalizione coesa. Per comprendere la situazione è necessario partire dal contesto attuale, in cui il Partito Democratico guidato da Elly Schlein e il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte stanno tentando di costruire un’alleanza ampia capace di competere con il centrodestra, ma senza aver ancora definito un programma comune e una leadership condivisa, elementi fondamentali per il funzionamento di qualsiasi coalizione politica. Proprio su questo punto si inserisce il dibattito sulle primarie, che Conte considera uno strumento utile purché inserito in un percorso politico chiaro, sottolineando però che possono diventare divisive se non accompagnate da una visione comune, mentre Schlein mantiene una posizione più prudente, consapevole del rischio che una competizione interna anticipata possa accentuare le fratture invece di ricomporle. A complicare ulteriormente il quadro interviene Matteo Renzi, leader di Italia Viva, che spinge apertamente per le primarie e propone anche nuovi nomi, tra cui quello della sindaca di Genova Silvia Salis, figura emergente del centrosinistra che negli ultimi mesi ha acquisito visibilità nazionale, anche grazie a iniziative pubbliche e a una comunicazione capace di intercettare un elettorato più giovane. Salis, eletta nel 2025 alla guida di una coalizione ampia e trasversale, rappresenta un possibile elemento di novità, ma la sua eventuale candidatura apre a sua volta interrogativi, perché la stessa sindaca ha mostrato cautela rispetto all’idea di partecipare a primarie tradizionali, preferendo un’eventuale investitura unitaria. Il risultato è una situazione di forte incertezza, in cui le primarie rischiano di essere utilizzate non come strumento di consolidamento democratico, ma come scorciatoia per risolvere contrasti irrisolti tra partiti e leadership, con il rischio di produrre un effetto “boomerang”, cioè di indebolire ulteriormente un’alleanza già fragile. 5. La Procura di Milano sta indagando sulla cessione del Meazza La vicenda che riguarda il AC Milan e il fondo RedBird Capital Partners guidato da Gerry Cardinale si colloca all’interno di una trasformazione più ampia del calcio europeo, sempre più legato a logiche finanziarie e a operazioni immobiliari. Il punto di partenza è il passaggio di proprietà del club nel 2022, quando il fondo americano ha acquisito il Milan dal gruppo Elliott. Su questa operazione la Procura di Milano ha aperto un’indagine, poi chiusa con richiesta di archiviazione, pur evidenziando elementi di opacità nella struttura societaria, tra cui la permanenza indiretta di una quota del fondo precedente. Parallelamente, l’attenzione si è spostata sul futuro dello stadio di San Siro, ufficialmente Stadio Giuseppe Meazza, la cui vendita e trasformazione urbanistica rappresentano uno degli snodi principali dell’intera vicenda. Nel 2026 la Procura di Milano ha avviato una nuova indagine sulla cessione dell’impianto a Inter e Milan, ipotizzando reati come turbativa d’asta e rivelazione di segreto d’ufficio. Le indagini hanno coinvolto dirigenti pubblici, consulenti e figure legate ai club, con l’ipotesi che la procedura amministrativa possa essere stata orientata a favore delle società sportive. Il nodo dello stadio è centrale perché nel calcio contemporaneo le infrastrutture rappresentano una fonte di ricavi fondamentale. Non si tratta più solo di impianti sportivi, ma di veri e propri progetti immobiliari che includono aree commerciali, servizi e spazi urbani. Nel caso milanese, secondo le ricostruzioni degli inquirenti, il progetto di riqualificazione dell’area di San Siro prevede da tempo non solo un nuovo stadio ma anche uno sviluppo immobiliare più ampio, con potenziali ritorni economici significativi per gli investitori. All’interno di questo quadro, il ruolo di RedBird appare coerente con un modello di investimento globale. Il fondo opera infatti in diversi settori, dai media allo sport, e considera i club calcistici come asset da valorizzare attraverso strategie integrate. Le decisioni in corso riguardano non solo il Milan ma anche altri ambiti, come nuovi progetti legati al basket europeo e agli eventi sportivi, segno di una diversificazione che punta a creare sinergie tra intrattenimento, infrastrutture e diritti commerciali. Sul piano sportivo, tuttavia, questa strategia finanziaria non sempre si traduce in risultati immediati. Le prestazioni del Milan nelle competizioni recenti (si veda il Milan-Udinese 0-3 di qualche giorno fa) hanno alimentato un dibattito tra tifosi e osservatori, che mettono in relazione la gestione economica del club con le scelte tecniche e sportive. Queste sono le notizie della settimana. Ci ritroveremo mercoledì prossimo, e come diceva un vecchio podcast: perché nel frattempo sarà sarà sicuramente accaduto qualcosa, e io sarò ancora qui per provare a raccontarlo. O almeno, così spero. Post Views: 12 FacebookXPinterestLinkedInTelegramWhatsAppStampa Notizie Settimanale Associazione Calcio MilanChemioterapia antineoplasticaElezioni primarieLeonardo (azienda)Viktor Orbán
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