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#119 La Rai che perde ascolti e le altre notizie della settimana

Raffaele Mangano, Giugno 24, 2026Giugno 21, 2026

In questo numero si parla della Rai che perde ascolti, della FIGC che ha deciso per Giovanni Malagò come suo nuovo presidente, dell’Iran che ha richiuso lo stretto di Hormuz e della lettera di Yan Diomande, calciatore della Costa d’Avorio, attualmente impegnato nei Mondiali, alla sorella scomparsa. Alla fine di questo articolo alcuni consigli di lettura, ma, come sempre, andiamo con ordine.

1. La Rai perde ascolti

La Rai sta perdendo ascolti. E con gli ascolti perde anche pubblicità, centralità culturale e capacità di competere con le altre televisioni. Una situazione che dovrebbe preoccupare chi guida il servizio pubblico, ma che sembra essere accolta con una certa indifferenza dai vertici aziendali e dalla maggioranza di governo.

Negli ultimi mesi la concorrenza ha rafforzato la propria offerta, ha conquistato volti televisivi importanti e ha intercettato una parte del pubblico che tradizionalmente guardava i canali Rai. Il problema, però, non è soltanto economico. La Rai non è una televisione privata come le altre: è il servizio pubblico, finanziato anche attraverso il canone pagato dai cittadini. Dovrebbe quindi informare, intrattenere e produrre cultura senza diventare il megafono di chi governa.

Eppure è proprio questo il rischio che molti osservatori segnalano. Le pressioni sulla gestione dei telegiornali, sulle trasmissioni di approfondimento e sulle inchieste giornalistiche hanno alimentato il sospetto di una Rai sempre meno autonoma. Non è un dettaglio secondario: l’indipendenza dell’informazione è uno degli elementi fondamentali di una democrazia. Se il servizio pubblico perde libertà, perde anche la fiducia del pubblico. A questo si aggiunge un problema più generale: la Rai sembra non sapere più quale idea di televisione proporre. 

Cinque minuti di Bruno Vespa se li fa a Porta a Porta.

– cit. Nino Frassica

Un esempio è la prima serata, che inizia sempre più tardi. Nino Frassica lo ha fatto notare con una battuta, ma dietro l’ironia c’è una questione concreta: se una trasmissione importante comincia alle dieci meno un quarto, chi si alza alle sette del mattino difficilmente riuscirà a seguirla fino alla fine. Il risultato è semplice: una parte del pubblico cambia canale, guarda le piattaforme digitali oppure rinuncia del tutto alla televisione.

Anche le scelte editoriali sembrano spesso poco comprensibili. La Rai continua a puntare su formule ripetitive, programmi molto simili tra loro e una televisione costruita più per non disturbare che per raccontare il Paese. Nel frattempo, la programmazione perde forza e gli ascolti scendono.

Il caso di Rai 3 è forse il più emblematico. La terza rete, soprattutto durante la direzione di Angelo Guglielmi, aveva rappresentato un modo nuovo di intendere la televisione pubblica. Era una rete capace di unire intrattenimento, cultura, satira, informazione e sperimentazione. Non era perfetta, naturalmente, ma aveva un’identità riconoscibile.

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Oggi quella identità appare sempre più indebolita. Secondo l’amministratore delegato Giampaolo Rossi, Rai 3 sarebbe stata un’anomalia durata quindici anni. Ma proprio quell’anomalia aveva dato alla Rai programmi, linguaggi e personalità che ancora oggi fanno parte della sua storia. Andrea Vianello, che ha lavorato nel servizio pubblico per trentacinque anni e ha diretto Rai 3 dal 2012 al 2016, ha ricordato che quel percorso non era nato per caso: «Il solco era tracciato».

Ed è questo il punto. La Rai possiede un patrimonio enorme: archivi, professionisti, giornalisti, tecnici, autori, studi televisivi e una presenza capillare sul territorio. Per distruggere un patrimonio simile non basta la cattiva sorte. Servono scelte sbagliate, mancanza di visione e la convinzione che il servizio pubblico debba limitarsi a seguire il potere anziché controllarlo.

Periodicamente torna anche l’idea della privatizzazione. Tuttavia la legge Gasparri, imponendo un limite dell’1 per cento per il singolo investitore, ha reso molto difficile una vera vendita dell’azienda. La Rai, quindi, resta pubblica. Ma essere pubblici non significa automaticamente essere indipendenti, efficienti o utili al Paese.

Il rischio è che la Rai rimanga formalmente di tutti, ma venga gestita come se appartenesse soltanto a chi occupa temporaneamente il governo. E mentre la politica discute di nomine, spartizioni e fedeltà, il pubblico se ne va.

Una televisione pubblica non dovrebbe avere paura della critica, dell’inchiesta o della pluralità delle idee. Dovrebbe essere il luogo in cui il Paese prova a capire se stesso. Se invece diventa una macchina di propaganda, perde la sua funzione più importante. E, prima o poi, perde anche gli spettatori.

2. La FIGC ha deciso il suo nuovo presidente

Il 22 giugno la Federazione Italiana Giuoco Calcio (da qui in avanti, FIGC) ha eletto il suo nuovo presidente. Il nome su cui si è concentrato il consenso era quello di Giovanni Malagò, ex presidente del CONI, figura trasversale capace di raccogliere appoggi dalla Serie A fino al mondo degli arbitri e dei calciatori.

Un consenso ampio che arriva dopo la fine della presidenza Gravina, segnata da un periodo complesso per il calcio italiano. Sul piano sportivo, infatti, il dato più evidente resta quello delle mancate qualificazioni ai Mondiali: tre esclusioni consecutive che hanno segnato in profondità la credibilità della Nazionale. Ma il problema non riguarda solo i risultati.

Facciamo un passo indietro. Negli ultimi anni il calcio italiano si è trasformato in un sistema sempre più frammentato, spesso definito “spezzatino”: un calendario fitto di competizioni, playoff, playout, nuove formule e tornei aggiunti che hanno progressivamente aumentato il numero delle partite senza necessariamente migliorarne la qualità.

Dalla Supercoppa trasformata in torneo itinerante, fino ai playoff nelle serie minori, passando per l’introduzione delle seconde squadre e per una Coppa Italia di Serie C sempre più marginale, il sistema ha assunto una forma sempre più caotica. Un calcio che produce quantità, ma non sempre valore. Il risultato è un modello difficile da leggere anche per chi lo segue con continuità.

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In questo contesto, l’idea di una riforma strutturale torna ciclicamente nel dibattito: ridurre il numero delle squadre professionistiche, semplificare i campionati e rendere più lineare la piramide calcistica. Una possibile proposta prevede una Serie A a 16 squadre, una Serie B a 16 e una Serie C suddivisa in due gironi nazionali da 16 squadre ciascuno. Una Coppa Italia unica, aperta a tutte le categorie professionistiche, e un sistema di promozioni e retrocessioni più ristretto ma più coerente.

Accanto a questo, si discute spesso anche di un tema ricorrente: il minutaggio e la gestione del tempo di gioco. L’idea di un tempo effettivo, sul modello di altri sport, eliminerebbe il recupero discrezionale e garantirebbe maggiore chiarezza. Ma si tratta di una riforma che, nel calcio europeo, resta ancora lontana. Naturalmente, si tratta di ipotesi. Nessuna di queste modifiche appare davvero vicina a una realizzazione concreta.

Nel frattempo, il nuovo equilibrio federale si muove anche attorno a figure istituzionali e politiche. Il ministro per lo Sport Andrea Abodi, il presidente della Serie C Matteo Marani e il patron del Napoli Aurelio De Laurentiis rappresentano tre poli diversi ma centrali nel sistema calcio.

Attorno a questo asse ruotano anche reti consolidate del potere sportivo italiano, tra cui il Circolo Aniene di Roma, storicamente punto di incontro tra sport, istituzioni e management federale. Il sostegno al nuovo presidente della FIGC si inserisce quindi in un equilibrio complesso: da un lato la necessità di riformare un sistema in difficoltà, dall’altro la difesa degli interessi delle singole leghe.

La Serie A, in particolare, continua a muoversi come centro economico del calcio italiano. Il suo obiettivo principale resta quello di tutelare le proprie risorse, anche a costo di accentuare le distanze con le categorie inferiori.

Il resto del sistema, però, è in sofferenza. Nessun club tra Serie B e Serie C chiude in attivo. La Serie B accumula un deficit strutturale rilevante, mentre la Serie C sopravvive grazie all’intervento di imprenditori locali e mecenati, senza un equilibrio economico stabile.

Il nuovo presidente eredita dunque un sistema complesso: un calcio diviso tra sostenibilità economica, riforme mai completate e una crescente distanza tra vertice e base. E, come spesso accade nel calcio italiano, la domanda resta sempre la stessa: si governa il sistema per cambiarlo, o per mantenerlo così com’è?

3. L’Iran ha vinto la guerra contro Israele e Stati Uniti, ma la pace è già saltata

Qualche giorno fa è arrivata la notizia della pace tra USA e Iran, in una guerra per procura voluta da Israele. La guerra, dopo la firma, sembrava aver un unico vincitore: l’Iran. Non solo il governo iraniano ha resistito agli attacchi dei bombardieri americani e israeliani, ma ha firmato anche un accordo di pace che non prevedeva il “cambio di regime” (voluto invece da Israele e USA) e non prevedeva l’annientamento delle armi nucleari possedute dall’Iran, casus belli di questa guerra, tutto in cambio della riapertura di Hormuz. Ma Israele ha deciso di riaprire il conflitto, così che siamo tornati al punto d’inizio, con lo stretto chiuso e l’Iran che resiste agli attacchi.

Cerchiamo di fare il punto della situazione, ricapitolando le fasi del conflitto:

  • L’inizio del conflitto. Tutto comincia con una fase di tensione che sfocia in guerra aperta, con Israele che decide di avviare un’azione militare contro obiettivi iraniani. L’obiettivo dichiarato è quello di ridurre la capacità strategica di Teheran nella regione e ristabilire un nuovo equilibrio di sicurezza. Da quel momento lo scenario si allarga rapidamente.
  • La chiusura dello Stretto di Hormuz. La risposta iraniana arriva sul piano più sensibile: quello energetico. Teheran decide di chiudere di fatto lo Stretto di Hormuz, interrompendo o limitando il passaggio delle rotte commerciali e mettendo pressione diretta sui mercati globali. È il punto di svolta. Non solo militare, ma soprattutto economico.
  • Il ruolo degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti intervengono con l’obiettivo di contenere il conflitto e riportare stabilità nell’area. Tuttavia, non riescono a ottenere una vittoria decisiva né sul piano militare né su quello politico. La situazione resta bloccata, con costi crescenti e nessuna soluzione chiara sul campo.
  • L’accordo di pace e il ruolo del Pakistan. Dopo settimane di tensione si arriva a una mediazione. Il Pakistan assume il ruolo di facilitatore e ospita i colloqui che portano a un accordo di pace tra Iran e Stati Uniti, firmato a Islamabad. Sulla carta, il conflitto sembra rientrare.
  • La reazione di Israele. Ma la pace non viene accettata da tutti allo stesso modo. Israele interpreta l’accordo come insufficiente e soprattutto come un compromesso che non garantisce i propri obiettivi strategici. La reazione è immediata: nuove operazioni militari colpiscono il Libano, riaprendo un fronte già fragile.
  • La risposta dell’Iran. A quel punto, Teheran interviene politicamente. L’Iran dichiara che la situazione ha di fatto violato la pace appena firmata, sostenendo che il riavvio delle ostilità in Libano abbia rotto l’equilibrio raggiunto con l’accordo. Il risultato è una spirale che torna a riaprirsi proprio nel momento in cui sembrava chiusa.

4. A Crotone c’è un centro migranti che fa accoglienza. E lo fa bene

Nel dibattito europeo su migrazione e asilo, il tema dell’accoglienza è diventato negli anni sempre più tecnico, sempre più burocratico. Si parla di quote, redistribuzioni, centri, procedure. Ma dietro questa terminologia si muovono persone in carne e ossa, spesso minorenni, che arrivano in Italia dopo viaggi complessi e pericolosi. Ed è proprio su questo punto che si inserisce il lavoro di realtà come Casa Sabir, a Crotone.

La presidente, Manuelita Scigliano, lo descrive su «L’Espresso» del 19 giugno 2026 in modo diretto: un sistema che, invece di costruire percorsi di integrazione e tutela, rischia di trasformare i minori in pratiche amministrative. Fascicoli da spostare da un territorio all’altro, più che persone da proteggere e accompagnare.

Il problema non è nuovo, ma tende a riemergere con forza ogni volta che cambia il quadro normativo europeo. Con il nuovo disegno di legge di attuazione del Patto europeo su migrazione e asilo, infatti, si apre una fase delicata. L’obiettivo dichiarato è quello di rendere più ordinata e uniforme la gestione dei flussi. Ma nella pratica, secondo diverse realtà del settore, si rischia di rafforzare una logica prevalentemente burocratica, in cui la persona viene ridotta a una scheda da collocare all’interno di un sistema di redistribuzione.

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Il punto critico riguarda soprattutto i minori non accompagnati. Sono loro a pagare il prezzo più alto delle inefficienze, dei ritardi e delle differenze tra i vari sistemi nazionali di accoglienza. In molti casi, il passaggio da un centro all’altro non coincide con un percorso educativo stabile, ma con una continua interruzione di relazioni, scuole e riferimenti.

Ed è qui che la questione diventa politica prima ancora che amministrativa. Perché quando un sistema non riesce a garantire continuità educativa e protezione, non è soltanto inefficiente: è un sistema che perde di vista la sua funzione originaria.

Le storie di accoglienza negata e di abbandono non sono eccezioni isolate. Sono piuttosto segnali di una struttura che fatica a reggere il peso delle proprie regole, e che spesso si affida più alla gestione dell’emergenza che alla costruzione di percorsi stabili. Il rischio, come sottolineano molte realtà del terzo settore, è che la nuova cornice europea finisca per consolidare questa tendenza invece di correggerla.

E allora la domanda torna sempre la stessa: un sistema che tratta le persone come numeri può davvero dirsi un sistema di accoglienza?

5. Cara Roxane, avevi ragione tu

Qualche giorno fa è stata pubblicata la lettera aperta di Yan Diomande, calciatore ivoriano, attualmente impegnato nel Mondiale, dell’RB Lipsia, indirizzata alla sorella. Lascio di seguito il testo integrale e l’episodio di Spotify di Non hanno un amico di Luca Bizzarri, nel quale l’attore fa una lettura della stessa. 

Cara Roxane,
Ti ricordi quando qualcuno mi comprò una maglietta falsa dello United e io scrissi “Ronaldo 7” sulla schiena con un pennarello nero? Non sapevamo cosa significasse essere ricchi o poveri. Conoscevamo solo la felicità. Ti ricordi delle 25 persone che dormivano in una sola casa ad Abidjan? La mamma voleva guardare le sue telenovele, tutti gli altri i film. Io fingevo sempre di dormire e poi, dopo mezzanotte, andavo nella stanza della TV. Tenevo il volume bassissimo, appena due tacche, guardavo il calcio al buio e sognavo. Ti ricordi quando gli adulti mi videro giocare sulla terra e mi soprannominarono “Roberto Carlos” per la forza con cui calciavo? In segreto mi arrabbiavo tantissimo, perché il mio idolo era Cristiano Ronaldo. Ti ricordi quando andai a giocare lontano da casa? Avevo nove anni ed ero all’Inter Foot Sud Comoé, vicino al confine con il Ghana. Io e gli altri bambini andavamo nel villaggio e rubavamo patate perché avevamo fame. La chiamavamo “rapina in banca”: due distraevano il proprietario e gli altri scappavano con un paio di patate. Non erano nemmeno buone. Ancora oggi il mio piatto preferito sono le patate bollite con un po’ d’olio, perché mi ricordano quei tempi. Ti ricordi quando vinsi i miei primi veri scarpini e ci dormii dentro? Da piccolo giocavo sempre con quelle infradito bianche di plastica e ancora oggi, quando torno a casa, le uso. È la nostra tradizione. Ti ricordi quando dicevi ai miei amici del quartiere: “Perché avete smesso di allenarvi? Yan non vi comprerà le macchine. Dovete continuare a lavorare”? Avevi dieci anni ed eri già la mia agente.Ti ricordi quando sognavamo di trasferirci in Francia? Avremmo fatto shopping, avuto il nostro appartamento e io sarei diventato un calciatore ricco, con macchine e una casa grande. Tu non avresti più dovuto preoccuparti di nulla. Sei sempre stata la persona convinta che potessi diventare il prossimo Cristiano, anche quando tutti gli altri ridevano. Ti ricordi quando mi trasferii negli Stati Uniti per il liceo, a 15 anni, e sentivo tantissimo la mancanza di casa? Per mesi non capivo ciò che dicevano. Mi fecero sedere accanto a un ragazzo francese che cercava di tradurmi le parole dell’insegnante. Ti chiamai e ti dissi: “Non ci crederai, qui i ragazzi discutono con i professori”. A casa nostra non avremmo osato nemmeno sbattere le palpebre davanti agli adulti. Non riuscivo neppure a credere che i ragazzi fumassero dopo scuola. Tu dicevi sempre che sembrava una serie televisiva americana.Ti ricordi quando mi portarono a fare provini al Bournemouth, al Chelsea, ai Rangers, all’Olympiacos e al Crystal Palace? Persino Eze e Olise mi raggiunsero dopo un allenamento e mi dissero: “Ehi, ragazzo, sei bravissimo”. Ma non mi presero. Nemmeno le squadre riserve della MLS mi volevano. Non sapevo perché e non mi diedero mai una spiegazione. Gli adulti si occupavano di tutto: mi portavano in giro per l’Europa e tutti continuavano a dirmi di no. Il mio visto era scaduto. Il mio sogno sembrava finito. Mi rimandarono in Africa e piangemmo insieme. Sei stata l’unica a non smettere mai di credere in me. Qualche settimana dopo firmai con il Leganés e versammo lacrime diverse. Era il periodo in cui provavo ancora emozioni. Ora non sento più nulla. È come se non fossi nemmeno umano. Da quando sei morta, dentro di me è rimasto soltanto il vuoto. Non credo di aver versato una lacrima il giorno in cui mi dissero che te n’eri andata. Ero sotto shock. Era successo poche settimane dopo il mio esordio con il Leganés. Chi debutta a 18 anni contro il Real Madrid? Era una follia, un sogno che si realizzava. Poi è diventato un incubo.
Qualcuno continuava a chiamarmi da casa. Ero irritato e non capivo perché insistessero. Alla fine risposi e non attenuarono nemmeno il colpo. Sai come siamo fatti a casa nostra: niente emozioni, soltanto le parole.
“Tua sorella se n’è andata.”
“Cosa?”
“È morta.”
“Di cosa stai parlando?”
“Qualcuno ha messo qualcosa nella sua bevanda durante una festa e lei non si è più svegliata. Se n’è andata.”
Avevi 15 anni. Non ho mai avuto risposte e non so nemmeno se voglio conoscere il motivo. Forse è stata invidia. Forse è soltanto qualcosa che succede nel nostro Paese. Forse avrei potuto proteggerti. Non lo so.
Cerco di fidarmi del piano di Dio. È tutto ciò che posso fare. Non provo a dimenticare, perché so che non dimenticherò. Posso soltanto usare il dolore per lavorare più duramente e realizzare tutto quello che avevamo sognato.
Ho scritto questa lettera perché non riesco a parlarne. Voglio che tu sappia che farò in modo che tu rimanga viva. Farò conoscere il tuo nome a tutti, al mondo intero. Tutto quello che faccio su un campo di calcio è per te.
Sono successe così tante cose dall’ultima volta che ti ho vista. Non ci crederesti. Non so nemmeno se ci credo io. Sai cosa è folle? Dopo il mio esordio contro il Real Madrid ho davvero scambiato la maglia con Mbappé. Ti ricordi quando lo guardavamo in televisione e tu dicevi: “Mbappé? Sì, è bravo. Ma mio fratello è più forte”?
Mi sbagliavo su una cosa: non voglio diventare ricco. Ho visto cosa fanno i soldi alle persone, persino alla famiglia. Quando ero al Leganés mandavo a casa tutto quello che guadagnavo. A un certo punto non volevo più denaro, era diventato soltanto un peso. Continuavano a chiedermene, forse pensavano che fossi già milionario. Non avevo nemmeno un appartamento. Vivevo nel centro sportivo, in una stanza senza televisione. Soltanto calcio e sonno, calcio e sonno. Non volevo una casa grande e non volevo macchine. Volevo soltanto dedicare tutto al calcio e dimostrare al mondo che mia sorella aveva ragione. Questa la troverai divertente. Quando mi sono trasferito al Lipsia ero sempre in ritardo. O meglio, arrivavo puntuale, che in Germania significa essere molto in ritardo. Così ho cominciato ad arrivare 90 minuti prima a ogni appuntamento. Arrivavo talmente presto che i compagni hanno iniziato a chiamarmi “Il Tedesco”. Devo sempre esagerare in tutto. Non ho equilibrio, come dicevi tu. Il campo è l’unico posto nel quale mi sento ancora a casa. È il luogo in cui sono calmo e posso parlare con te. Vorrei soltanto che fossi ancora qui per poterti dire che ce l’abbiamo fatta.
Tutto quello che avevi previsto si è realizzato. Domani partiamo per la Coppa del Mondo. Davvero. Tuo fratello giocherà per la Costa d’Avorio, come Drogba, Yaya Touré e Gervinho. Non la considero soltanto una partita. La vedo come un palcoscenico, l’occasione per mostrare al mondo ciò che tu avevi visto in me. Ogni volta che segnerò, farò in modo che tutti conoscano il tuo nome. Farò in modo che non ti dimentichino. Dicevi sempre che avrei potuto diventare più forte di Cristiano. Se lo incontrerò, lo saluterò da parte tua. Farò quello che avevi previsto, te lo giuro. Prima ancora che avessi dei veri scarpini dicevi a tutti: “Mio fratello diventerà il migliore al mondo”. Ti dimostrerò che avevi ragione, o morirò provandoci.
Tuo fratello,
Yan

6. Libri della settimana

Come da tradizione di questa rubrica, di seguito propongo tre libri che ritengo meritevoli di lettura e tre che, al contrario, non mi sento di consigliare. Non ho certo la pretesa di atteggiarmi a critico infallibile o depositario di verità assolute: l’intento è piuttosto quello di offrire un orientamento tra le numerose pubblicazioni che ogni mese invadono gli scaffali delle librerie e che inevitabilmente richiedono una selezione. Alcuni titoli finiscono così nell’elenco di quelli che desidererei leggere, altri in quello di cui farei volentieri a meno. Spetterà poi a ciascun lettore decidere quali proposte siano più vicine ai propri gusti e alle proprie inclinazioni letterarie.

Da leggere

  • Roman Jakobson, Io, futurista, Feltrinelli;
  • Album Morante, a cura di Emanuele Dattilo, Einaudi;
  • Pierre Bourdieu, Imperialismi. Circolazione internazionale delle idee e lotte per l’universale, Quodlibet.

Da non leggere

  • Gianrico Carofiglio, Accendere i fuochi. Manuale di lotta e gentilezza, Mondadori;
  • Walter Veltroni, Il bar di Cinecittà, HarperCollins Italia;
  • Massimo Cacciari e Roberto Esposito, Kaos, il Mulino.

E con questi consigli si chiude questo numero del «Fatto è questo». Ci ritroveremo mercoledì prossimo, perché nel frattempo sarà sicuramente successo qualcosa e io sarò ancora qui per provare a raccontarlo. O almeno spero.

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