#011 Sul nemico interno, i vaccini, le proteste in Russia e il Milan campione d’inverno Raffaele Mangano, Gennaio 24, 2021Ottobre 1, 2026 Oggi, domenica 24 gennaio 2021, si parla soprattutto del nuovo presidente americano Joe Biden, dei ritardi nella consegna dei vaccini, delle proteste contro Vladimir Putin in Russia e della Serie A, con il Milan campione d’inverno. Detto questo, come sempre, andiamo con ordine. Potrebbe interessarti anche: Sul caporalato e le altre notizie della settimana 1. Sul nemico interno Nel #009 avevamo parlato dell’assalto al Congresso americano e della decisione di Twitter di sospendere definitivamente l’account di Donald Trump. Due settimane dopo, con Joe Biden ormai insediato alla Casa Bianca, la questione non è però soltanto quella dell’ex presidente e delle sue responsabilità politiche. Il problema più ampio riguarda il movimento che si è formato intorno al trumpismo e, soprattutto, la presenza negli Stati Uniti di una galassia molto più antica di gruppi suprematisti bianchi, neonazisti, milizie antigovernative e organizzazioni dell’estrema destra. È questo il «nemico interno» raccontato dall’inchiesta pubblicata da l’Espresso il 24 gennaio. Il dato da cui parte l’inchiesta è quello raccolto dal Center for Strategic and International Studies, un centro di ricerca statunitense che ha censito 893 attentati e complotti terroristici negli Stati Uniti tra il gennaio 1994 e il maggio 2020. Più della metà degli episodi è attribuita a estremisti di destra, in particolare suprematisti bianchi, estremisti antigovernativi e altri gruppi dell’ultradestra. Nello stesso periodo, secondo il CSIS, gli estremisti di destra sono responsabili del 57% degli attacchi e dei complotti, contro il 25% attribuito all’estrema sinistra e il 15% al terrorismo religioso. Il problema diventa ancora più serio quando si guarda a chi compone questi gruppi. Dopo l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio, tra gli arrestati e gli identificati comparvero militanti di organizzazioni come Proud Boys, Oath Keepers, Three Percenters e Boogaloo, ma anche militari, veterani, poliziotti e funzionari pubblici. La presenza di persone provenienti dagli apparati dello Stato non dimostra naturalmente che le forze di sicurezza americane siano nel loro complesso infiltrate dall’estrema destra. Mostra però che l’estremismo può trovare sostenitori anche all’interno di istituzioni che dovrebbero garantire l’ordine democratico. L’indagine dell’Espresso richiama proprio questo punto, citando anche un dossier dell’FBI sull’infiltrazione del suprematismo bianco nei ranghi della polizia. È una questione particolarmente delicata perché una polizia ideologicamente ostile a una parte della popolazione non è semplicemente un problema di opinioni personali degli agenti. Se un appartenente alle forze dell’ordine utilizza il proprio ruolo per discriminare, costruire accuse false o tollerare violenze commesse da gruppi con cui simpatizza, il problema diventa istituzionale. Ed è proprio questo il punto della testimonianza di Frank Meeink, ex neonazista convocato a testimoniare davanti alla Commissione per i diritti civili del Congresso. Meeink racconta di essere entrato giovanissimo nel movimento naziskin e di essere diventato successivamente un testimone della realtà da cui proveniva. Secondo la sua testimonianza, alcuni militanti della White Students Union gli consigliarono di tagliarsi i capelli, togliere i tatuaggi e arruolarsi nell’esercito o nella polizia. In un’altra occasione, racconta di avere ascoltato esponenti neonazisti spiegare l’importanza di indossare una divisa per poter costruire accuse contro cittadini neri e ostacolarne il diritto di voto e di possedere armi. Il fenomeno non nasce con Trump. Il suprematismo bianco americano ha una storia molto più lunga e comprende organizzazioni come il Ku Klux Klan, movimenti neonazisti e gruppi che negli ultimi decenni hanno trovato in Internet uno strumento per diffondere propaganda, reclutare persone e costruire comunità politiche estremiste. Il web permette inoltre a gruppi diversi di entrare in contatto senza dover necessariamente creare una struttura organizzativa unica. È possibile quindi che una persona isolata radicalizzata online finisca per ispirarsi agli stessi testi, simboli e precedenti di altri attentatori senza appartenere formalmente alla stessa organizzazione. In questi ambienti esiste anche un meccanismo di emulazione: un attentatore può trasformare i precedenti attentati in materiale di propaganda per chi arriverà dopo di lui. È una delle caratteristiche che rendono difficile affrontare il fenomeno esclusivamente come una serie di singoli episodi criminali. Il 6 gennaio Trump ha portato questa discussione direttamente dentro la transizione presidenziale. L’assalto al Congresso non fu soltanto una protesta degenerata: l’obiettivo dichiarato di una parte dei manifestanti era impedire la certificazione della vittoria elettorale di Biden. Nei giorni successivi all’attacco, Washington è stata trasformata in una città fortificata e migliaia di membri della Guardia Nazionale sono stati mobilitati per proteggere l’insediamento del nuovo presidente. È in questo contesto che Biden si trova ad affrontare una delle prime questioni della sua presidenza. Il suo programma non riguarda soltanto la sicurezza interna. Il nuovo presidente ha promesso di cambiare radicalmente l’impostazione dell’amministrazione Trump su pandemia, ambiente, immigrazione e disuguaglianze, cercando contemporaneamente di ricomporre una società profondamente divisa. La scelta stessa di costruire una squadra di governo più rappresentativa per genere, razza e provenienza sociale è stata letta dalla sinistra americana come parte di questa volontà di cambiamento. È il punto sottolineato nell’intervista che Susanna Turco ha realizzato per l’Espresso con Elly Schlein. La vicepresidente dell’Emilia-Romagna interpreta il messaggio di Biden sull’unità non come un semplice invito a mettere da parte le differenze, ma come il riconoscimento delle differenze che attraversano la società americana: reddito, genere, razza, condizioni di partenza. Secondo Schlein, la rappresentazione conta proprio perché può trasformarsi in decisioni politiche. La stessa questione dell’unità americana ha quindi un significato diverso da quello di una semplice pacificazione tra partiti. Il problema è capire se sia possibile ricostruire un terreno comune mentre una parte del Paese considera illegittimo il risultato delle elezioni e gruppi organizzati continuano a diffondere teorie complottiste e messaggi violenti. Biden può cambiare il linguaggio della Casa Bianca e le priorità dell’amministrazione, ma il problema dell’estremismo interno non può essere risolto soltanto attraverso un cambio di presidente. Anche l’Italia della Guerra fredda conobbe una forte contrapposizione ideologica: apparati dello Stato attraversati da conflitti politici, organizzazioni eversive e progetti autoritari. Un precedente importante è il riordino della polizia realizzato da Mario Scelba quando era ministro dell’Interno, a partire dal 1947. Scelba considerava una parte degli agenti provenienti dalla Resistenza, molti dei quali comunisti, potenzialmente infedeli allo Stato. Gli appartenenti alla polizia ausiliaria furono progressivamente allontanati o trasferiti e il corpo venne contemporaneamente rafforzato con nuove assunzioni. Lo stesso Scelba avrebbe poi ricordato di avere considerato pericolosa la presenza di comunisti nelle forze dell’ordine, temendo che potessero agire dall’interno in caso di crisi politica. Il contesto era quello della Guerra fredda e della paura di una possibile guerra civile o di un’insurrezione comunista. Ma proprio qui si vede il paradosso che ritorna nel confronto con gli Stati Uniti di oggi: negli anni successivi, infatti, l’Italia avrebbe conosciuto veri progetti di sovvertimento dell’ordine democratico provenienti, però, dalla destra. Il Piano Solo del 1964, predisposto dal comandante generale dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo durante la crisi del primo governo Moro, prevedeva misure straordinarie per affrontare un’ipotetica emergenza politica e sociale e includeva il controllo di alcuni centri nevralgici e l’intervento contro organizzazioni e personalità considerate sovversive. La natura del piano è stata a lungo discussa: la Commissione parlamentare d’inchiesta escluse l’esistenza di un vero tentativo di colpo di Stato, mentre la successiva interpretazione storica ha sottolineato la pressione politica esercitata attraverso la predisposizione di quel dispositivo. Se il Piano Solo rimase un progetto mai attuato come colpo di Stato, il Golpe Borghese del dicembre 1970 fu invece un tentativo concretamente avviato e poi interrotto. La ricostruzione della Commissione parlamentare sul terrorismo ha accertato l’esistenza di un’organizzazione collegata al Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese, con rapporti con Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, settori delle Forze armate e funzionari pubblici. Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre alcuni gruppi entrarono anche nel ministero dell’Interno e si impossessarono di armi, prima che l’operazione venisse fermata. Anche la stagione delle stragi mostra quanto sia necessario evitare una lettura semplicistica. Piazza della Loggia a Brescia è stata oggetto di un lunghissimo percorso giudiziario culminato con la conferma in Cassazione delle condanne all’ergastolo per i neofascisti Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte. La magistratura ha quindi accertato responsabilità individuali riconducibili all’area neofascista, insieme a una storia di depistaggi e intrecci istituzionali che hanno reso particolarmente difficile ricostruire l’intera vicenda. Questo non significa che ogni apparato dello Stato italiano fosse fascista o che ogni appartenente alle forze dell’ordine fosse coinvolto nelle trame eversive. Significa piuttosto che, in determinati momenti della storia repubblicana, una parte dell’estrema destra è riuscita a entrare in rapporto con settori delle istituzioni e degli apparati di sicurezza, mentre altri appartenenti allo Stato lavoravano invece per difendere l’ordinamento democratico. È una distinzione importante, perché confondere le istituzioni con le persone che le occupano porta a conclusioni altrettanto semplicistiche di quelle che si vorrebbero evitare. Il confronto con gli Stati Uniti del 2021 serve allora soprattutto a porre una domanda: che cosa succede quando una democrazia comincia a considerare alcuni cittadini come un nemico interno prima ancora che abbiano commesso un reato? Negli anni della Guerra fredda italiana il pericolo comunista venne spesso rappresentato come una minaccia interna alla sicurezza nazionale; negli Stati Uniti contemporanei, gruppi suprematisti e complottisti individuano invece come nemici immigrati, afroamericani, ebrei, democratici, giornalisti e perfino repubblicani considerati troppo moderati. E il paradosso, come visto in Italia, è assurdo: sono gli stessi “patrioti” a compiere i reati e i massacri che accusano ai propri detrattori. 2. Sui ritardi nella consegna dei vaccini Nel #010 avevamo raccontato i primi problemi nelle consegne del vaccino Pfizer-BioNTech. Il 17 gennaio il commissario straordinario Domenico Arcuri aveva comunicato che Pfizer avrebbe consegnato all’Italia 397.800 dosi nella settimana successiva, invece delle 562.770 previste. Mancavano quindi circa 165.000 dosi, con una distribuzione diversa tra le Regioni. A una settimana di distanza il problema non è stato risolto, e nel frattempo si è allargato. Pfizer continua a ridurre o rinviare le consegne, mentre anche AstraZeneca ha annunciato che non riuscirà a rispettare le quantità inizialmente previste per l’Unione Europea. La Commissione europea ha convocato per lunedì 25 gennaio una riunione con AstraZeneca per discutere dei ritardi e la commissaria alla Salute Stella Kyriakides ha espresso il proprio «profondo scontento». La questione è particolarmente delicata perché la campagna vaccinale è appena cominciata. L’Italia si trova ancora nella prima fase, quella destinata soprattutto al personale sanitario, agli ospiti delle RSA e alle persone più esposte al rischio. Il problema delle forniture si aggiunge quindi a una campagna che deve essere organizzata sulla base di quantità di vaccino che arrivano settimana per settimana. Nel caso di Pfizer c’è poi una difficoltà ulteriore. Il vaccino richiede una seconda dose dopo 21 giorni. Le Regioni devono quindi decidere quante dosi utilizzare immediatamente per le prime somministrazioni e quante conservarne per garantire i richiami. È uno dei motivi per cui alcune amministrazioni hanno preferito mantenere una parte delle dosi disponibili come riserva, anziché utilizzarle tutte subito. Il presidente della Lombardia Attilio Fontana, per esempio, ha spiegato il 18 gennaio che la Regione avrebbe mantenuto una percentuale di sicurezza proprio per evitare di trovarsi senza vaccino al momento del richiamo. Nel frattempo, però, la riduzione delle consegne produce effetti concreti sui programmi regionali. Arcuri aveva già segnalato che la decisione di Pfizer avrebbe creato una distribuzione asimmetrica tra le Regioni, perché la riduzione non sarebbe stata identica per tutti i punti di somministrazione. La Lombardia, per esempio, aveva quantificato in 25.740 le dosi in meno previste per quella settimana. Il tema diventa quindi anche politico e giuridico. Il governo italiano sostiene che le quantità previste dai contratti debbano essere rispettate e sta valutando iniziative legali nei confronti delle aziende. Ma non è soltanto una questione italiana. I contratti con Pfizer e gli altri produttori sono stati negoziati dalla Commissione europea per conto degli Stati membri e Bruxelles sta quindi cercando di gestire il problema a livello europeo. Proprio oggi, 24 gennaio, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha detto che l’Unione Europea intende far rispettare i contratti firmati con Pfizer e che, se necessario, dispone anche di strumenti giuridici per farlo. La situazione è particolarmente importante perché la vaccinazione è diventata una questione di programmazione nazionale. Nei numeri precedenti avevamo raccontato l’inizio della campagna e le difficoltà organizzative. Ora emerge un problema diverso: anche con ospedali, personale e centri di vaccinazione pronti a somministrare le dosi, la campagna può procedere soltanto alla velocità con cui i vaccini vengono prodotti e consegnati. E mentre Pfizer riduce le consegne e AstraZeneca annuncia nuovi ritardi, l’Italia deve continuare a programmare le settimane successive. L’obiettivo è passare dalla prima fase riservata alle categorie più esposte alla vaccinazione di massa, ma per farlo servono quantità di vaccino molto più grandi di quelle disponibili in questo momento. Potrebbe interessarti anche: Kabul, i vaccini e l’inizio del campionato 3. Sulle proteste in Russia Sabato 23 gennaio migliaia di persone sono scese in piazza in decine di città russe per chiedere la liberazione di Aleksej Naval’nyj, arrestato il 17 gennaio al suo rientro in Russia dalla Germania. Le manifestazioni erano state convocate dallo stesso Naval’nyj e dalla sua organizzazione dopo il suo arresto, e le autorità russe avevano dichiarato illegali le proteste, invitando i cittadini a non partecipare. Le manifestazioni si sono svolte da Vladivostok a San Pietroburgo, passando per Mosca e per numerose città della Siberia. A Yakutsk, nell’estremo oriente russo, alcune centinaia di persone hanno manifestato con temperature intorno ai -50 °C. A Mosca le stime sulla partecipazione sono molto diverse: Reuters ha parlato di circa 40.000 persone, mentre le autorità russe hanno sostenuto che fossero circa 4.000. In ogni caso, si è trattato di una delle più grandi manifestazioni contro il governo Putin degli ultimi anni. Naval’nyj era stato arrestato pochi minuti dopo essere atterrato all’aeroporto di Mosca. Era tornato in Russia dopo avere trascorso alcuni mesi in Germania, dove era stato curato in seguito all’avvelenamento subito nell’agosto del 2020. Le autorità tedesche avevano stabilito che era stato utilizzato un agente nervino della famiglia del Novichok. Naval’nyj aveva accusato il governo russo e i servizi di sicurezza di essere responsabili dell’avvelenamento, accuse respinte dal Cremlino. L’arresto era stato giustificato dalle autorità russe con la violazione dei termini della libertà condizionale legata a una vecchia condanna. Naval’nyj avrebbe dovuto presentarsi periodicamente alle autorità e, secondo il Servizio penitenziario federale russo, durante il periodo trascorso in Germania non aveva rispettato gli obblighi previsti. I suoi avvocati sostenevano invece che la procedura fosse stata utilizzata per impedirgli di continuare la propria attività politica. Il caso riguardava una condanna del 2014 che la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva giudicato ingiusta. La protesta di sabato non riguardava però soltanto Naval’nyj. In molte città i manifestanti hanno scandito slogan contro Vladimir Putin e contro la corruzione, chiedendo maggiore libertà politica e nuove elezioni. Per una parte dei partecipanti Naval’nyj rappresenta il principale esponente dell’opposizione al presidente russo; per altri, invece, la sua vicenda è stata semplicemente l’occasione per tornare in piazza dopo anni di crescente controllo sulle manifestazioni pubbliche. A Mosca la polizia aveva circondato piazza Puškin, dove era previsto il principale concentramento, e aveva ripetutamente invitato i cittadini ad allontanarsi. Le forze dell’ordine hanno poi iniziato a disperdere la folla e a effettuare arresti. Immagini e video hanno mostrato agenti antisommossa che colpivano e trascinavano via alcuni manifestanti. In diverse città ci sono stati anche scontri, con alcuni dimostranti che hanno reagito alla polizia lanciando palle di neve o cercando di impedire gli arresti. La maggior parte delle manifestazioni, secondo Human Rights Watch, è però rimasta pacifica. Il numero degli arresti è stato molto alto. Nella giornata di sabato il monitoraggio di OVD-Info, organizzazione russa che raccoglie dati sugli arresti politici, aveva superato quota 3.000 e continuava a crescere. Human Rights Watch, sulla base dei dati disponibili successivamente, ha parlato di oltre 3.700 persone fermate in tutto il Paese. Si tratta del numero più alto di arresti registrato in una singola giornata di proteste in Russia secondo OVD-Info. Tra le persone fermate c’è stata anche Julija Naval’naja, la moglie di Naval’nyj, poi rilasciata. Nei giorni precedenti alle manifestazioni erano stati arrestati diversi collaboratori dell’oppositore, mentre le autorità avevano esercitato pressioni sugli organizzatori locali. Il tentativo di impedire che la protesta si organizzasse non ha comunque evitato che le manifestazioni si estendessero a molte città del Paese. Il governo russo ha sostenuto che le manifestazioni fossero illegali e che i partecipanti mettessero a rischio anche la salute pubblica a causa della pandemia. Ma la questione della legalità delle proteste si inserisce in un problema più ampio: in Russia le autorità impongono da anni forti limitazioni alle manifestazioni non autorizzate e utilizzano arresti amministrativi e procedimenti penali contro gli organizzatori e i partecipanti. Il caso Naval’nyj arriva quindi in un momento particolare. Il principale oppositore di Putin è tornato volontariamente in Russia sapendo che avrebbe potuto essere arrestato, e il suo arresto ha prodotto una mobilitazione molto più ampia di quella che il Cremlino avrebbe probabilmente voluto evitare. Non è possibile sapere oggi quanto durerà questa mobilitazione, ma le immagini arrivate ieri dalle città russe mostrano che l’opposizione al governo non è limitata a Mosca o a San Pietroburgo. C’è infine un elemento che ha contribuito a riportare Naval’nyj al centro dell’attenzione internazionale. Pochi giorni dopo il suo arresto, la sua organizzazione ha pubblicato un’inchiesta sul presunto palazzo costruito sul Mar Nero e riconducibile a Putin. Il video, pubblicato su YouTube, ha ottenuto milioni di visualizzazioni e ha riportato al centro della discussione pubblica russa il tema della corruzione ai vertici dello Stato. Naval’nyj da anni costruisce gran parte della propria attività politica proprio attraverso questo tipo di inchieste, diffuse direttamente online. 4. Sul Milan campione d’inverno Nel #010 avevamo lasciato il Milan al primo posto in classifica, dopo il successo contro il Torino, e avevamo raccontato l’attesa per Inter-Juventus. Una settimana dopo il girone d’andata è terminato e il Milan è ancora in testa, ma con una sconfitta piuttosto pesante. Sabato sera a San Siro il Milan ha perso 0-3 contro l’Atalanta. I bergamaschi hanno controllato gran parte della partita e sono passati in vantaggio al 26′ con Cristian Romero, che ha segnato di testa su cross di Robin Gosens. Il Milan ha avuto qualche occasione per pareggiare, compresa una conclusione di Zlatan Ibrahimović, ma ha faticato a costruire gioco con continuità. All’inizio del secondo tempo l’Atalanta ha raddoppiato. Al 51′ Franck Kessié ha colpito al volto Josip Iličić con il braccio e l’arbitro Maurizio Mariani ha assegnato un calcio di rigore. Lo stesso Iličić ha battuto Gianluigi Donnarumma al 53′. Il Milan ha provato a reagire e Stefano Pioli ha inserito anche Mario Mandžukić, al suo esordio con la maglia rossonera, ma la partita è rimasta nelle mani dell’Atalanta. Al 77′ Duván Zapata ha segnato il terzo gol dopo una ripartenza. La sconfitta, però, non ha fatto perdere al Milan il primo posto. L’Inter, che avrebbe potuto superarlo, ha infatti pareggiato 0-0 a Udine. I nerazzurri sono saliti a 41 punti, mentre il Milan ha chiuso il girone d’andata a 43 e può quindi festeggiare il titolo di campione d’inverno. Il risultato dell’andata conferma quindi una situazione che soltanto pochi mesi fa sarebbe stata difficile da immaginare. Il Milan ha perso soltanto tre partite in tutte le competizioni in questa stagione e ha concluso la prima metà del campionato con 13 vittorie, 4 pareggi e 2 sconfitte. Il titolo di campione d’inverno non assegna alcun trofeo, ma fotografa semplicemente la squadra che si trova al primo posto dopo 19 giornate. Per l’Atalanta, invece, la vittoria permette di salire a 36 punti e di tornare pienamente nella zona alta della classifica. La squadra di Gian Piero Gasperini ha dominato la partita di San Siro, con una prestazione che ha messo in difficoltà il Milan soprattutto attraverso il pressing e la velocità sulle fasce. Per il Milan non c’è comunque molto tempo per fermarsi sulla sconfitta. Martedì sera, sempre a San Siro, è in programma il derby contro l’Inter nei quarti di finale di Coppa Italia. Potrebbe interessarti anche: Sulle accuse di censura alla Rai, lo scudetto dell’Inter e il Recovery Plan E questa era l’ultima notizia con cui si chiude questo numero di èQ. Ci ritroveremo settimana prossima, perché nel frattempo sarà sicuramente successo qualcosa e io sarò ancora qui per provare a raccontarlo. O almeno spero. Post Views: 5 FacebookXPinterestLinkedInTelegramWhatsAppStampa Settimanale Aleksej Naval'nyjGestione della pandemia di COVID-19 in ItaliaSerie A 2020-2021Terrorismo nero
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