#071 Il mercato degli stupefacenti gestito dalla ‘ndrangheta le altre notizie della settimana Raffaele Mangano, Aprile 17, 2024Giugno 10, 2026 Le notizie di questa settimana riguardano il traffico di droga internazionale oramai sempre in mano alla ‘ndrangheta, qualche dinamica all’interno del Partito democratico di Bari, un caso di obiezione in Israele, cosa sta succedendo alla Tesla e una selezione di oggetti di design in occasione del Salone del Mobile di Milano. In chiusura, come di consueto, alcuni consigli di lettura. Ma, come sempre, andiamo con ordine. 1. È la ‘ndrangheta che gestisce i traffici di droga in giro per il mondo C’è una realtà che continua a muoversi, adattarsi, espandersi. È il mercato degli stupefacenti. Un sistema che, più che un’economia parallela, somiglia sempre di più a una multinazionale globale perfettamente integrata nei vuoti della globalizzazione ufficiale. Dopo il Covid, anche qui gli equilibri si sono spostati. Le rotte cambiano, le filiere si riorganizzano, i gruppi criminali si comportano come attori economici razionali: diversificano, investono, compensano le perdite. Il crollo del prezzo della cocaina in alcune aree non ha ridotto il mercato, lo ha semplicemente spinto verso nuove sostanze, nuovi prodotti, nuovi consumatori. Il caso più evidente è quello del fentanyl. Un oppioide sintetico prodotto in laboratorio, molto più potente dell’eroina, fino a cinquanta volte più letale, ma al tempo stesso più facile da trasportare, da occultare, da distribuire. Una sostanza che ha cambiato gli equilibri del mercato nordamericano, contribuendo a una crisi sanitaria che ormai ha dimensioni strutturali. In questo contesto, anche le reti criminali si sono riorganizzate, con una presenza crescente di gruppi transnazionali e con il ruolo sempre più visibile di organizzazioni come la ‘ndrangheta nei canali di distribuzione. La presenza della ‘Ndrangheta nel mondo: in grigio scuro le nazioni con la presenza accertata di Locali ‘ndranghetisti, in grigio chiaro le nazioni dove i mafiosi calabresi sono presenti per commettere atti illeciti, come il narcotraffico o il riciclaggio. Le stime sui profitti parlano di numeri che sfiorano i 350 miliardi di dollari. Una cifra che dice molto non solo sulla dimensione del fenomeno, ma anche sulla sua capacità di integrarsi nell’economia globale, sfruttandone infrastrutture, debolezze e interconnessioni. Sul piano geografico, la mappa della violenza si espande insieme a quella dei traffici. L’avanzata dei cartelli messicani lungo la fascia del Pacifico, dal Guatemala fino a Ecuador e Cile, è accompagnata da un aumento significativo degli omicidi in diversi Paesi di transito. In Costa Rica, diventato uno snodo importante per il passaggio delle sostanze chimiche provenienti dalla Cina, gli omicidi crescono del 41%. Accanto a questo si rafforza anche la presenza di nuovi attori, come il gruppo venezuelano Tren de Aragua, che estende la propria influenza in diverse aree del continente, approfittando dell’instabilità politica ed economica di alcuni Stati. In parallelo, alcune politiche pubbliche tentano di intercettare il fenomeno da un altro lato, come nel caso della Thailandia, che ha scelto di aprire alla cannabis per uso turistico e commerciale, cercando di trasformare una parte del mercato illegale in settore regolamentato. Forse l’unico modo sensato per fermare questa strage. 2. Il caso Bari Il caso Bari, in fondo, sembra riportare alla superficie una dinamica antica della politica italiana: chi porta voti porta anche problemi. E quando i voti diventano la moneta principale, tutto il resto tende a ruotare attorno a quel meccanismo, comprese le alleanze, le fedeltà e le identità politiche. Negli ultimi anni, in Puglia, il passaggio dal centrodestra al centrosinistra non è stato un’eccezione, ma quasi una forma di normalità. Un movimento continuo di consiglieri, amministratori, figure locali che hanno cambiato casacca più volte, spesso seguendo più le opportunità che le appartenenze. Un sistema che, a seconda dei punti di vista, viene letto come flessibilità politica oppure come trasformismo strutturale. E che, secondo l’impostazione della giunta guidata da Michele Emiliano, non è stato sempre scoraggiato, ma in alcuni casi persino intercettato e integrato nel funzionamento della maggioranza. Oggi però proprio quel mondo finisce al centro di una serie di inchieste che riportano l’attenzione sul rapporto tra consenso, gestione del potere e reti locali. E la sensazione è che non si tratti soltanto di singoli episodi giudiziari, ma di un sistema più ampio, in cui la costruzione del consenso passa attraverso equilibri fragili e spesso opachi. In questo quadro si inserisce inevitabilmente anche la figura di Antonio Decaro, sindaco di Bari e tra i nomi più visibili del centrosinistra pugliese, impegnato su scala nazionale e indicato come possibile protagonista di percorsi politici futuri, regionali o oltre. Una traiettoria che, proprio per questo, diventa inevitabilmente esposta alle ricadute politiche e mediatiche della vicenda. Attorno al caso ruotano poi figure diverse, alcune già coinvolte direttamente sul piano giudiziario, come Sandro Cataldo, ai domiciliari, e la moglie Anita Maurodinola, anche lei indagata. E altri nomi che hanno segnato nel tempo la geografia mutevole della politica locale, tra cui Maria Carmen Lorusso e Giacomo Olivieri, quest’ultimo spesso citato come esempio emblematico di passaggi continui da uno schieramento all’altro: centrodestra, destra, centro, incarichi amministrativi, poi opposizione. Una traiettoria che, più che un’eccezione, sembra raccontare una grammatica diffusa della politica territoriale. È in questo contesto che si inserisce anche la lettura più esplicitamente politica della vicenda. Da un lato, la gestione del consenso locale e il ruolo delle preferenze come motore della rappresentanza; dall’altro, la difficoltà di distinguere tra rappresentanza e costruzione di reti personali di potere. È su questo confine che si gioca gran parte della crisi. Non è un caso che, nel dibattito nazionale, si torni a parlare di riforma del sistema elettorale e, in particolare, dell’ipotesi di ridurre o eliminare le preferenze. Per alcuni, infatti, il legame diretto tra elettore ed eletto è uno strumento di democrazia; per altri, invece, diventa il terreno più fertile per la formazione di bacini di consenso personale difficilmente controllabili dai partiti. In questo senso, il caso Bari non è soltanto una vicenda locale. È uno specchio più ampio di un problema che attraversa da anni la politica italiana: la tensione irrisolta tra rappresentanza, potere territoriale e gestione del consenso. E come spesso accade, è nei contesti locali che queste tensioni diventano più visibili, più concrete e anche più difficili da ignorare. 3. Se in Israele sei un obiettore finisci in carcere In Israele, in questi mesi, anche il gesto più semplice (o più radicale, a seconda dei punti di vista) può diventare una presa di posizione politica. Non combattere, per alcuni, non è diserzione ma un modo diverso di servire il proprio Paese. Un modo che passa per il rifiuto. Ben Arad ha 18 anni. Dovrebbe arruolarsi nell’esercito di Tel Aviv come previsto dalla coscrizione obbligatoria. E invece ha scelto di non farlo. Non è il primo caso, ma è uno dei pochi a emergere pubblicamente dopo il 7 ottobre 2023, in un clima in cui ogni scelta individuale viene immediatamente letta dentro la logica del conflitto. La sua decisione è esplicita: non partecipare. Non essere parte di quello che definisce un ciclo di violenza. E nel suo racconto (che inevitabilmente si carica di significati politici e morali) entra anche una condanna più ampia della guerra in corso, fino a parlare di genocidio. Potrebbe interessarti anche: Le polemiche su Chiara Ferragni e le altre notizie della settimana Per chi rifiuta la leva, però, non esiste una zona neutra. La conseguenza è il carcere. Una scelta individuale che si trasforma immediatamente in sanzione collettiva, come se lo Stato non potesse permettersi nemmeno l’eccezione. E infatti Arad lo dice con una certa consapevolezza: non sa quanto tempo resterà detenuto, ma ritiene comunque di stare contribuendo al Paese, proprio nel tentativo di fermare quella che definisce una spirale di vendetta destinata a ritorcersi contro Israele stesso. C’è in questa posizione un’idea precisa: che il conflitto non sia solo militare, ma anche interno. E che il vero punto di frattura non sia soltanto tra Israele e i suoi nemici esterni, ma dentro la società israeliana stessa. Un conflitto che si gioca anche sulla legittimità del dissenso. Nel discorso di Arad torna anche un riferimento politico chiaro: la soluzione dei due Stati, il riconoscimento del diritto dei palestinesi a tornare nelle proprie case, l’idea che la domanda di fondo non sia la vittoria militare ma la possibilità di una convivenza. Una prospettiva che oggi appare sempre più difficile, ma che continua a essere evocata come unica alternativa a un conflitto senza fine. Forse è proprio questo il punto più scomodo. Che anche nei momenti di massima polarizzazione, esistono ancora individui che scelgono di sottrarsi alla logica binaria del “combattere o stare con il nemico”. E che, nel farlo, pagano un prezzo personale immediato, provando però a introdurre una terza possibilità: quella del rifiuto. 4. Elon Musk non se la passa proprio bene C’è una fase in cui i miti economici sembrano reggere da soli, quasi per inerzia. Poi qualcosa si incrina. E a quel punto non è mai soltanto una questione di numeri, ma di immagine, di narrazione, di credibilità complessiva. È quello che sta accadendo attorno a Elon Musk e a Tesla. L’azienda che per anni è stata raccontata come il simbolo della transizione ecologica, dell’innovazione sostenibile, della capacità di coniugare mercato e futuro, oggi appare meno compatta. Il titolo in Borsa scende, la fiducia si raffredda, e soprattutto si moltiplicano le ombre che accompagnano la figura del suo fondatore. Non si tratta soltanto di dinamiche finanziarie. Attorno a Tesla si allarga un fronte di contenziosi e conflitti: accuse da parte di dipendenti e fornitori, dispute legali con concorrenti, tensioni legate a pagamenti e pratiche industriali. Una rete di questioni che, sommate, contribuiscono a ridimensionare l’immagine quasi mitologica dell’imprenditore “funambolico”, capace di muoversi sempre un passo avanti rispetto al sistema. Il punto è che questa narrazione (costruita negli anni tra innovazione tecnologica e visione futuristica) oggi appare meno lineare. La stella non è necessariamente caduta, ma certamente non brilla più con la stessa intensità. E quando questo accade, il problema non è solo economico: è simbolico. Perché Tesla non è mai stata soltanto un’azienda automobilistica. È stata, per lungo tempo, un’idea di futuro. Un futuro elettrico, pulito, tecnologico, quasi inevitabile. E proprio per questo ogni incrinatura pesa di più, perché colpisce non solo un modello di business, ma un immaginario collettivo. Nel frattempo, anche sul piano più strettamente industriale e legale, la pressione aumenta. Le controversie si moltiplicano e contribuiscono a spostare il baricentro del dibattito: da una narrazione di espansione continua a una fase più conflittuale, in cui anche i giganti della nuova economia devono confrontarsi con limiti, vincoli e opposizioni. E come spesso accade quando un protagonista globale entra in una fase di attrito, le conseguenze non restano mai confinate al suo perimetro. Musk, sbarcato anche nel contesto italiano con le sue iniziative e le sue presenze nel dibattito industriale e infrastrutturale, finisce per incrociare anche realtà come Telecom Italia, con cui si aprono ulteriori fronti di confronto e potenziale conflittualità. 5. Alcuni oggetti di design che hai a casa In occasione del Salone del mobile di Milano, ecco una selezione di oggetti che stanno dentro le case di mezzo mondo e che, pur essendo quotidiani, hanno cambiato il modo in cui viviamo, lavoriamo o percepiamo il design. Alcuni sono così riusciti che non li notiamo più: sono diventati “normali”, ma in realtà sono piccoli punti di svolta della cultura materiale del Novecento e oltre. Ecco una selezione di alcuni tra i più influenti. Ognuno di questi oggetti ha una storia propria, ma in generale hanno avuto successo e diffusione essenzialmente perché erano accessibili e molto funzionali. In certi casi si sono diffusi soltanto nella loro versione originale, in altri, quando non erano registrati, oppure a registrazione scaduta, sono stati imitati e riprodotti in milioni di esemplari. Nonostante siano entrati in milioni di case, spesso la loro origine è sconosciuta ai più. Per la realizzazione di questo articolo mi sono servito di questa fonte, a cui ho aggiunto altre mie conoscenze. 5.1 La moka È uno degli oggetti di design più riconoscibili e popolari al mondo, e il meccanismo di bollitura e distribuzione dell’acqua della caffettiera fu messo a punto nel 1933 da Alfonso Bialetti, titolare di un’azienda del Piemonte nordorientale che si occupava di semilavorati in alluminio. Per disegnarlo Bialetti si era ispirato a un tipo di vasca usata dalle lavandaie, che aveva al centro un tubo dal quale uscivano acqua calda e sapone. La moka è composta appunto da quattro elementi in alluminio, con un manico in bachelite e una guarnizione sostituibile, e deve il suo nome a Mokha, città dello Yemen nota per il commercio del caffè. Il brevetto fu depositato solo nel 1950 dal figlio di Alfonso, Renato Bialetti, lo stesso che ispirò il personaggio con i baffi nel logo dell’azienda, e prevedeva che avesse una forma ottagonale: oggi ce ne sono numerose varianti, anche di altri marchi, ma di fatto da quasi un secolo il design della moka è rimasto pressoché invariato. 5.2 Sedia monoblocco Dalla metà del Novecento in poi è diventata la sedia più diffusa del pianeta. Stampata in un unico pezzo, economica, impilabile, resistente. È spesso criticata esteticamente, ma è uno degli oggetti più democratici mai progettati: ha ridefinito il concetto stesso di arredo di massa. Basata sul progetto originario del designer canadese Douglas Colborne Simpson del 1946, varianti di questa sedia in unico blocco di plastica furono messe in produzione dai gruppi Allibert e Grosfillex negli anni Settanta del Novecento. La sua principale caratteristica è la foggiatura in un unico blocco, evitando così l’assemblaggio di più pezzi ad incastro o tenuti fermi da chiodi o brocchette, come avviene per le comuni sedie in legno. La sua impermeabilità e resistenza agli agenti atmosferici l’ha resa una tipica sedia esterni, da giardino oppure adoperata sugli spazi antistanti luoghi pubblici come bar o pizzerie. Per la realizzazione di una sedia monoblocco ci si serve di un processo industriale chiamato estrusione. 5.3 Sedia Plia Plia è una sedia progettata dal designer italiano Giancarlo Piretti nel 1967 ed è in esposizione permanente del Museo MOMA Museum of Modern Art di New York realizzata per Castelli. Il perno a tre dischi che consente a Plia di aprirsi e chiudersi è stato un colpo di genio che, unito al telaio in acciaio e polipropilene, ha reso questa sedia una vera icona del design italiano. Il progetto della sedia Plia realizzato da una struttura d’acciaio e uno schienale di plastica trasparente, è molto pulito e con una seduta pragmatica. La Plia è molto semplice e proprio per questa sua caratteristica, oltre che per l’impiego di materiali non ricercati, è stata definita espressione del “design democratico”. Il suo meccanismo permette di piegarla in una forma compatta che, una volta chiusa, ha uno spessore di soli cinque centimetri. 5.4 Il Tratto Pen Nel 1975 la F.I.L.A. (Fabbrica Italiana Lapis ed Affini) commissionò allo studio Design Group Italia di Marco Del Corno la creazione di uno strumento per scrivere che sfruttasse una nuova punta in materiale sintetico brevettata in Giappone. Questo sistema permetteva di far fuoriuscire l’inchiostro non solo dalla punta, ma anche dai suoi lati: ne uscì così una penna-pennarello che, al contrario delle penne tradizionali, funzionava in qualsiasi modo la si impugnasse, anche tenendola inclinata. Nel 1979 il Tratto Pen fu tra gli oggetti premiati con il Compasso d’Oro, uno dei riconoscimenti più importanti nel campo del design, che viene assegnato ogni anno dall’Associazione per il Disegno Industriale. 5.5 La bottiglietta della salsa di soia La salsa di soia è da secoli un ingrediente fondamentale della cucina giapponese, e la bottiglietta con cui siamo abituati a versarla fu inventata nel 1975 dal designer Kenji Ekuan per il noto marchio Kikkoman. Il suo mandato era quello di produrre un flacone pratico e dall’estetica piacevole, che rimpiazzasse le grosse bottiglie con cui il condimento veniva servito a tavola e ne rinnovasse un po’ l’immagine: dopo tre anni e quasi cento prototipi, concepì una bottiglietta ispirata ai recipienti in ceramica per il sake, con un tappo rosso dotato di due buchi laterali che (in teoria) limitano il rischio di gocciolamento. Il modello fu copiato da altri marchi, e l’originale è in esposizione permanente al MoMA di New York. 5.6 Bicchieri da birra Può sembrare strano, ma anche i bicchieri da birra possono essere elementi di arredo o di design. Certo, molti di loro hanno tradizioni secolari, alcune di queste tradizioni sono difficili da ricostruire, ma altri bicchieri, invece, sono più moderni, come il bicchiere TeKu, inventato per il birrificio Baladin nel 2010 e diventato, ad oggi, il bicchiere ufficiale per degustazioni e gare brassicole. In breve, i bicchieri da collezionare sono: Pilsner. Tipico delle birre tedesche. N.B.: il brindisi si fa con la base, non con l’orlo! Pokal. Ideale per birre aromatiche o fruttate. Thistle glass. Bicchiere ufficiale per le birre scozzesi. Goblet. Progettato per le birre maltate, ma non speziate (per quelle meglio il ballon). Snifter. Bicchiere per Brandy e Cognac, è utile anche per le birre ad alta gradazione. Nonic. Il bicchiere tipico inglese. Imperial. Usato soprattutto in Irlanda. Boccale. Bicchierone col manico tipico bavarese. Weizen. Bicchiere usato per la birra di frumento. Stange. Bicchiere usato per le birre scure e delicate. Flute. Enfatizza aroma e colore. In genere ci si beve lo spumante. Ballon. Bicchiere per birre impegnative, magari davanti ad un camino, mentre si legge un libro. Shaker. Bicchiere tipico e usato nei pub degli USA. American IPA Glass. Bicchiere particolare, usato negli USA per le degustazioni di IPA. TeKu. Bicchiere da degustazione delle birre artigianali. Kwak. Bicchiere con un supporto in legno. Lo usavano i cocchieri per poter bere alla guida (ma non fatelo ora). 5.7 L’interruttore rompitratta Dal 1968 a oggi ne sono stati venduti milioni e milioni, ma quasi nessuno sa chi li ha inventati: gli interruttori rompitratta si chiamano così perché servono per attivare o disattivare i contatti che permettono il passaggio della corrente, e quindi di accendere o spegnere qualcosa, quando non c’è un interruttore. Furono inventati dai fratelli Pier Giacomo e Achille Castiglioni per l’azienda di illuminazione ed elettronica milanese VLM (ora Relco), ed erano l’oggetto di cui quest’ultimo andava più fiero: grazie a un dispositivo così semplice e utile, diceva, era «entrato nelle case di tutti». 5.8 La penna e l’accendino Bic La penna a sfera Bic Cristal è semplice, ma iconica. Forse l’oggetto di design più semplice da ottenere. Ma non per questo banale. Il suo unico problema è che la penna nasce come oggetto “usa e getta” e per questo motivo, sebbene economica, viene spesso bistrattata, abbandonata, non riciclata a dovere. L’azienda, fondata nel 1945 dal barone di origine valdostana Marcel Bich, divenne presto capofila nella produzione di materiale da cancelleria come ad esempio la classica penna a sfera (il nome Bic deriva tra l’altro dall’abbreviazione del suo cognome). Dopo il gran successo ottenuto e l’affermazione in questo campo ha iniziato a produrre accendini, rasoi da barba e altri prodotti usa e getta. Particolarità della penna Bic Cristal, così come degli altri oggetti dell’azienda, è che nel corso degli anni il loro design non è stato modificato, rivisto, cambiato. La stessa penna (o lo stesso accendino) è prodotto con le stesse rifiniture di come era prodotto negli anni Cinquanta. E, infatti, l’accendino, della stessa azienda, è anche questo iconico. Molto probabilmente è il più “rubato” quando si chiede da accendere. Esiste in diversi colori, ma un autentico oggetto di design da collezionare. 5.9 La lametta Gillette Tra gli oggetti “usa e getta” è da citare anche l’iconica lametta inventata da King Camp Gillette. La lametta, oltre che economica, era semplice da utilizzare incastrandola nel rasoio, senza dover toccare la parte affilata. Il successo di questa lama usa e getta, però, avvenne durante la prima guerra mondiale. Infatti, ci si rese nell’esercito americano conto che l’utilizzo delle maschere anti-gas era resto lento e macchinoso dalla barba dei soldati. Per questo motivo venne obbligata la rasatura quotidiana e vennero acquistate 32 milioni di lamette proprio da Gilette, le quali erano le meno rischiose da usare. Scaduto il brevetto nel 1921, l’azienda aveva già venduto più di 15 milioni di rasoi, per cui molte aziende cominciarono a vendere la stessa tipologia di lametta, ad un prezzo ribassato o rasoi che la supportassero. Da allora un must per la barberia e una forma iconica da diventare un vero e proprio culto. 5.10 Il flaconcino del Bialcol Viene subito in mente per il colore verdino del liquido disinfettante che contiene e per il tappo a svitamento triangolare che, spiega Chiara Alessi, esperta di design e cultura materiale, era ispirato ai copricapi delle monache che prestavano servizio negli ospedali. Il flacone fu ideato nel 1985 dal gruppo MID (Mutamento Immagine Dimensione), lo studio di design e ricerca artistica fondato da Alfonso Grassi, Gianfranco Laminarca e Alberto Marangoni: era stato commissionato dalla Ciba-Geigy, poi confluita in Novartis, e vinse a sua volta il Compasso d’Oro. 5.11 Il portaombrelli di Colombini Dal 1953 al 1960 Gino Colombini fu il direttore tecnico dell’azienda milanese Kartell, nota per i mobili e per gli oggetti di arredamento in plastica stampata a iniezione: uno dei prodotti più noti, imitati e ubiqui che disegnò è il famoso portaombrelli cilindrico, con due aperture laterali, utilizzato anche come cestino. Anche questo oggetto di design è semplice da trovare e da avere nelle proprie abitazioni. 5.12 Lo scopino da bagno “Cucciolo” Molto probabilmente c’è sempre un po’ di reticenza nel parlare degli aspetti corporei più bassi, ma anche in questo ambiente c’è molto design. Il must in assoluto è lo scopino da bagno, chiamato “Cucciolo”. È stato inventato nel 1974 dal designer giapponese Makio Hasuike per l’azienda Gedy, ed è noto per la forma concava e sinuosa che è ripresa anche nel vano del portascopino, viene venduto ancora oggi ed è a sua volta parte della collezione permanente del MoMA. 5.13 La sedia Eames Un altro simbolo del design moderno: la ricerca di un equilibrio tra forma organica e produzione industriale. È stata una delle prime sedie a dimostrare che il design poteva essere insieme accessibile e sofisticato. Inventata da Charles e Ray Eames, ne hanno prodotto poi diverse versioni, come la Eames Lounge Chair, ovvero una sedia in legno compensato e ricoperta in pelle, pieghevole, ufficialmente chiamata Eames Lounge, è stata pensata per un mercato di spesa più alto rispetto alla classica in plastica. 5.14 La lampada Arco Progettata da Achille e Pier Giacomo Castiglioni, ha liberato la luce dal soffitto. È un oggetto quasi “architettonico” che permette di illuminare un punto preciso senza installazione fissa. Ha influenzato moltissimo il design dell’illuminazione contemporanea. Si tratta di uno dei prodotti di disegno industriale più famosi e venduti e di un oggetto icona del design italiano. Fa parte delle collezioni permanenti del Triennale Design Museum di Milano e del MoMA di New York. Si tratta inoltre del primo oggetto di disegno industriale a cui viene riconosciuto la tutela del diritto d’autore al pari di un’opera d’arte. 5.15 La libreria modulare BILLY Forse l’oggetto domestico più diffuso del tardo Novecento. Ha standardizzato l’idea di arredo modulare, economico e replicabile. È un esempio chiave di come il design svedese abbia democratizzato l’abitare. Inventata dal designer svedese Gillis Lundgren per IKEA nel 1979, si attesta che al 2023 abbia venduto più di 140 milioni di librerie in tutto il mondo. 5.16 L’iPhone Più che un oggetto, è un “centro di gravità” domestico. Ha inglobato telefono, macchina fotografica, agenda, televisione, navigatore. Ha trasformato la casa stessa: oggi molti oggetti tradizionali esistono solo in forma digitale dentro di lui. Presentato per la prima volta nel 2007 da Steve Jobs per Apple, la sua concezione ha stravolto il mondo della telefonia, tanto che tutti i vecchi modelli di cellulari sono andati scomparendo per lasciare il passo a smartphone simili a questo. Ogni anno, verso settembre, la Apple presenta una nuova versione, rivista e aggiornata, del precedente modello. 5.17 La Lettera 22 Non è più un oggetto quotidiano, ma il suo impatto è ancora presente. Ha definito per oltre un secolo il rapporto tra scrittura, lavoro e ufficio, influenzando anche il design delle tastiere moderne. È uno dei primi esempi di “interfaccia fisica standardizzata” della scrittura. Progettata per Olivetti, le sue linee ricurve e la meccanica la hanno reso la macchina da scrivere numero 1 in Italia. Purtoppo, ad oggi, poiché usiamo tastiere inglesi, abbiamo perso la QZERTY, la tastiera italiana di cui era dotata questa macchina da scrivere. Per questo motivo, quando impazzirete per trovare il carattere “È” sulla tastiera, sappiate che non è colpa vostra, è colpa di chi non ha investito sulle tastiere italiane e ci obbliga a usare una tastiera pensata per un’altra lingua. 5.18 La sedia Wassily Ha portato l’estetica industriale dentro il salotto. Tubolare, leggera, quasi “trasparente” visivamente. È uno dei simboli della rottura con il mobile tradizionale borghese. Conosciuta anche come sedia Modello B3, fu disegnata da Marcel Breuer, all’epoca (era il 1925) era direttore del laboratorio del legno presso il Bauhaus di Dessau. 5.19 La penna Jotter La penna d’ufficio più celebre. A sfera, ricaricabile, in diversi colori. Suggerisco, se voleste usarla, l’inchiostro a gel. Più bello da vedere e da usare. Inventata dalla Parker, già nel 1954 questa penna a sfera aveva raggiunto il record superiore a 750 milioni di esemplari venduti. Per chi volesse, invece, una penna stilografica della stessa azienda, aumentando però la spesa, rimane iconica la 51, una delle penne più belle di sempre. 5.20 I sanitari di Gio Ponti Gio Ponti fu uno dei più grandi architetti e designer italiani. Progettò tra le altre cose il Grattacielo Pirelli a Milano e la concattedrale della Gran Madre di Dio di Taranto, la sedia Superleggera e la poltrona Gabriela, ma si dedicò a lungo anche all’arredo di interni e alle ceramiche. Oltre che con la Ginori 1735 (ex Richard Ginori), a metà anni Cinquanta collaborò con la Ideal Standard, per cui realizzò una linea di water, bidet e soprattutto lavabi di porcellana, in diversi colori, che di tanto in tanto capita ancora di vedere nelle case o nei locali milanesi. 5.21 Il taccuino Moleskine Molto probabilmente il taccuino più famoso e celebre. Ne esistono, oramai, diverse realizzazioni di diversi marchi, ma quello Moleskine mantiene sempre un certo fascino. Un’icona di stile, da portare a scuola, all’università o in ufficio. Molte agende, ad esempio quella del docente di Legami, si rifanno proprio allo stile, semplice ma elegante, della Moleskine. 5.22 La bottiglietta del Campari Soda Dietro al successo dell’aperitivo monodose inventato da Davide Campari all’inizio degli anni Trenta c’è anche quello della sua tipica bottiglietta e della grande campagna pubblicitaria con cui venne promosso. Furono merito di Fortunato Depero, uno dei principali esponenti del futurismo, il movimento artistico d’avanguardia italiano che esaltava in particolare velocità, modernità e progresso. La bottiglietta (identica ancora oggi) ha la forma di un calice rovesciato ed è senza etichetta: il nome della bevanda e dell’azienda sono in rilievo sul vetro, che ha la superficie smerigliata, un po’ per garantire una presa migliore, e un po’ per evocare la freschezza della bevanda al suo interno. 5.23 I Meridiani Una collana di classici e opere letterarie nata in Italia, ma che sin dagli anni Cinquanta mantiene invariato il proprio design. Molte collane, come quella dei “Gialli” della stessa casa editrice, la Mondadori, o gli Adelphi, per esempio, negli anni hanno avuto modifiche, rifacimenti, cambi di materiale (dalla carta, all’inchiostro o all’impaginazione), o semplicemente accorgimenti estetici di design delle copertine, mentre i Meridiani sono rimasti invariati, tanto che all’interno si trova ancora il vecchio logo della casa editrice, anche nei volumi pubblicati di recente. 5.24 Il d20 O dado a 20 facce. O solido platonico. La sua invenzione risale all’antica grecia e ci sono testimonianze che già gli antichi lo usassero per giocare. Tornato alla ribalta nel 2000 quando il celebre gioco di ruolo Dungeons & Dragons ha deciso di utilizzarlo come dado di base per il proprio gioco. Sicuramente meno comune del dado a sei facce (quello del Monopoly, per intenderci), è esteticamente molto bello da vedere e ne esistono anche diverse versioni, un po’ più grandi realizzate per essere esposte. 5.25 La sdraio spaghetto Fu disegnata nel 1975 da Francesco Favagrossa per la FIAM, azienda bresciana che la produce ancora oggi. Ha un telaio in acciaio o alluminio e cordoni in pvc intrecciati a mano che compongono sia la seduta che il poggiapiedi e lo schienale, ergonomico e regolabile. La sdraio spaghetto è ispirata agli anni Sessanta e secondo l’azienda è «leggendaria quanto il piatto più amato dagli italiani»: nel 2025 l’ha prodotta in nuovi colori in collaborazione con il negozio del MoMA. 5.26 Il “panettone” di Mari Non sta ovviamente dentro alle case, ma appena fuori, su moltissime strade italiane. Enzo Mari, che fu un designer di fama mondiale, vinse il Compasso d’Oro cinque volte, compreso quello per la sedia Delfina (per l’azienda Driade) e la sedia Tonietta (per Zanotta). Come consulente per l’arredo urbano del Comune di Milano, nel 1980 ideò anche i noti dissuasori per impedire il passaggio delle automobili: sono soprannominati panettoni appunto perché ricordano la forma del tipico dolce milanese, ma da allora si trovano anche in molte altre città. 7. Libri della settimana Come da tradizione di questa rubrica, di seguito propongo tre libri che ritengo meritevoli di lettura e tre che, al contrario, non mi sento di consigliare. Non ho certo la pretesa di atteggiarmi a critico infallibile o depositario di verità assolute: l’intento è piuttosto quello di offrire un orientamento tra le numerose pubblicazioni che ogni mese invadono gli scaffali delle librerie e che inevitabilmente richiedono una selezione. Alcuni titoli finiscono così nell’elenco di quelli che desidererei leggere, altri in quello di cui farei volentieri a meno. Spetterà poi a ciascun lettore decidere quali proposte siano più vicine ai propri gusti e alle proprie inclinazioni letterarie. Da leggere William Faulkner, Gambetto di cavallo. Sei racconti polizieschi, La nave di Teseo; Agota Kristof, Il Mostro e altre storie, Casagrande; Mariolina Bertini, L’ombra di Vautrin. Proust lettore di Balzac, Carocci. Da non leggere Daria Bignardi, Ogni prigione è un’isola, Mondadori; Antonio Scurati, M. Il figlio del secolo, Bompiani; Massimo Recalcati, Elogio dell’inconscio. Come fare amicizia con il proprio peggio, Castelvecchi. E con questi consigli si chiude questo numero del Fatto è questo. Ci ritroveremo mercoledì prossimo, perché nel frattempo sarà sarà sicuramente successo qualcosa e io sarò ancora qui per provare a raccontarlo. O, almeno, così spero. Post Views: 20 FacebookXPinterestLinkedInTelegramWhatsAppStampa Notizie Settimanale Critica letterariaDisegno industrialeGenocidio nella Striscia di GazaMichele EmilianoTesla (azienda)Traffico di droga
Blasting Serie A 2017/18: la lotta salvezza entra nel vivo a cinque giornate dalla fine Aprile 20, 2018Giugno 8, 2026 Con l’arrivo della 33ª giornata, il campionato di Serie A 2017/18 entra nella sua fase più accesa e incerta: quella in cui si decidono i verdetti per la salvezza. A sole cinque giornate dalla conclusione, la zona retrocessione si trasforma in una vera e propria guerra di nervi, con otto squadre raccolte in sei punti e destinate a giocarsi tutto nel giro di poche settimane. Read More
Notizie #002 In quarantena Marzo 25, 2020Giugno 22, 2026 Questo numero di èQ prosegue sulla falsariga del primo, ovvero si parla ancora di Covid-19 e quarantena. Alla fine, però, ho aggiunto qualche consiglio di lettura. Spero sia di vostro gradimento. Read More
Blasting Chievo-Crotone 2-1, la ‘Finale di Chiev’ ai veneti Maggio 7, 2018Giugno 8, 2026 Per il Chievo si riaccendono le speranze, il Crotone ritorna nell’incubo retrocessione Read More