#030 Sulla guerra tra Russia e Ucraina Raffaele Mangano, Marzo 6, 2022Settembre 17, 2026 Oggi, domenica 6 marzo 2022, le notizie più dibattute della settimana riguardano ancora la guerra tra Russia e Ucraina. Sulle prime pagine di diversi quotidiani compare la fotografia di un gruppo di civili ucraini che cerca di lasciare Kiev passando sotto i resti di un ponte distrutto, mentre al centro delle notizie c’è il fallimento del cessate il fuoco annunciato sabato per permettere l’evacuazione dei civili da alcune delle città più colpite. E mentre la guerra continua, l’inchiesta dell’Espresso ci porta a guardare agli anni precedenti all’invasione, ricostruendo i rapporti costruiti da Vladimir Putin con una parte della classe dirigente italiana. Detto ciò, andiamo con ordine. 1. Sulla guerra tra Russia e Ucraina Sono passati dieci giorni dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina e, domenica 6 marzo 2022, la guerra continua a occupare quasi interamente il dibattito pubblico. La fotografia più presente sui giornali è quella scattata sabato dal fotoreporter spagnolo Emilio Morenatti per Associated Press: alcuni civili ucraini cercano di attraversare il fiume sotto i resti di un ponte distrutto alla periferia di Kiev, nel tentativo di lasciare la città. È un’immagine particolarmente efficace perché mostra una delle conseguenze più concrete della guerra: per chi vive nelle città attaccate, il problema non è soltanto capire che cosa sta succedendo sul fronte, ma trovare un modo per andarsene. La fotografia di Emilio Morenatti Sabato Russia e Ucraina avevano annunciato un cessate il fuoco temporaneo per permettere l’evacuazione dei civili da Mariupol e Volnovakha, due città pesantemente colpite dai combattimenti. L’operazione, però, è fallita. Kiev ha accusato le forze russe di aver violato la tregua e Mosca ha accusato a sua volta le autorità ucraine di non aver rispettato gli accordi. Le evacuazioni sono state quindi rinviate e la Russia ha annunciato la ripresa delle operazioni offensive. Al di là delle accuse reciproche, il risultato concreto è stato che i corridoi umanitari previsti non hanno funzionato e migliaia di persone sono rimaste nelle città assediate. È un passaggio importante anche per capire come si sta trasformando questa guerra. Nei primi giorni l’attenzione era concentrata soprattutto sull’avanzata delle truppe russe verso Kiev, sui bombardamenti e sulla resistenza dell’esercito e della popolazione ucraina. Ora il tema dei civili è diventato centrale. Mariupol è sottoposta a un assedio, Kiev è minacciata dall’accerchiamento e milioni di persone stanno cercando di raggiungere le zone occidentali dell’Ucraina o di attraversare il confine. La guerra, quindi, non è soltanto una questione di eserciti che avanzano e arretrano: è anche una crisi umanitaria che riguarda persone costrette a lasciare le proprie case. Mentre tutto questo accade, in Europa si discute anche della risposta politica e militare all’invasione. L’Unione europea ha deciso per la prima volta di finanziare direttamente la fornitura di equipaggiamenti militari a un Paese in guerra, attraverso lo European Peace Facility. Il governo italiano ha sostenuto questa scelta e ha autorizzato l’invio di aiuti militari all’Ucraina. È una decisione che segna un cambiamento rispetto alla tradizionale posizione europea, ma che non significa che l’Unione europea sia entrata direttamente in guerra contro la Russia. L’Italia, come gli altri Paesi europei, continua infatti a distinguere tra sostegno all’Ucraina e partecipazione diretta al conflitto. È proprio da qui che parte una delle riflessioni dell’Espresso di questa settimana. Il direttore Marco Damilano interpreta la decisione del governo Draghi come un passaggio politico destinato a modificare gli equilibri italiani costruiti negli anni precedenti. La guerra ha infatti costretto molti partiti e molti esponenti politici a prendere posizione su una questione che fino a pochi giorni prima poteva essere trattata attraverso formule più ambigue: il rapporto con la Russia di Vladimir Putin. Per capire perché questa discussione sia particolarmente complicata in Italia bisogna però tornare indietro di qualche anno. La Russia non è diventata improvvisamente importante per il nostro Paese nel febbraio 2022. I rapporti economici e politici sono cresciuti per almeno due decenni, soprattutto nel settore dell’energia. L’inchiesta dell’Espresso ricostruisce, per esempio, il ruolo dell’Eni e di Paolo Scaroni nel consolidamento dei rapporti con Gazprom e ricorda come la quota di gas russo sul fabbisogno italiano sia progressivamente aumentata, arrivando a circa il 40 per cento all’inizio degli anni Dieci. Parallelamente, grandi banche italiane come Intesa Sanpaolo e UniCredit hanno sviluppato una presenza significativa sul mercato russo. Dentro questa rete emerge soprattutto Antonio Fallico, manager siciliano trasferitosi in Russia e presidente di Banca Intesa Russia, oltre che fondatore dell’associazione Conoscere Eurasia. Secondo la ricostruzione dell’Espresso, attraverso questa organizzazione Fallico ha organizzato per anni incontri tra esponenti politici, manager e imprenditori italiani e rappresentanti del mondo economico e istituzionale russo. L’associazione ha avuto rapporti con grandi aziende russe come Gazprombank, Rosneft, VTB e Novatek e ha organizzato incontri ai quali hanno partecipato figure importanti dell’economia e della politica italiana. Un altro nome citato è quello di Ernesto Ferlenghi, manager di Confindustria Russia e figura importante nelle relazioni economiche italo-russe. L’Espresso ricostruisce anche i suoi rapporti con il Forum di dialogo italo-russo, nato durante il governo Berlusconi e pensato per favorire gli scambi economici e culturali tra i due Paesi. Ferlenghi aveva inoltre organizzato iniziative legate al vaccino russo Sputnik e, ancora il 21 febbraio 2022, pochi giorni prima dell’invasione, si era tenuta una riunione plenaria del Forum. La rete non riguardava soltanto gli imprenditori. L’inchiesta ricostruisce anche il percorso di alcuni diplomatici italiani che, dopo avere lavorato a Mosca, hanno continuato a occuparsi di interessi economici russi. Tra questi Vittorio Claudio Surdo, ambasciatore italiano in Russia dal 2006 al 2010, che dopo la carriera diplomatica ha lavorato come consulente per aziende con interessi nel mercato russo e come lobbista per Lukoil. Il punto dell’inchiesta non è che lavorare con aziende russe fosse di per sé illegittimo, ma mostrare quanto fossero numerosi e stretti i rapporti costruiti nel tempo tra il sistema italiano e quello russo. Poi ci sono gli oligarchi. Qui il termine va spiegato: con “oligarchi” si indicano generalmente grandi imprenditori russi che hanno accumulato enormi patrimoni soprattutto durante e dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e che, in diversi casi, hanno sviluppato rapporti molto stretti con il potere politico di Mosca. Alcuni di loro hanno investito per anni in Italia, acquistando ville, alberghi, ristoranti, aziende e immobili di pregio. L’inchiesta di Paolo Biondani e Leo Sisti sull’Espresso si concentra proprio su questo patrimonio. I Rotenberg, famiglia vicina a Putin, possiedono o hanno posseduto importanti proprietà in Toscana e in Sardegna; Alisher Usmanov ha investito in Sardegna; Roman Abramovich ha avuto una villa in Costa Smeralda; Igor Bidilo, imprenditore nato in Kazakistan e arricchitosi nel settore petrolifero, ha costruito un importante patrimonio immobiliare e commerciale a Siena, oltre che in altre città italiane. Nel caso di Bidilo, l’Espresso ricorda anche l’indagine per riciclaggio e altre contestazioni giudiziarie, che lui ha respinto. Un elemento ricorrente è l’utilizzo delle società offshore. Sono società registrate in giurisdizioni estere, spesso caratterizzate da una maggiore riservatezza societaria e da una fiscalità favorevole. Non sono automaticamente illegali, ma possono rendere molto difficile individuare il proprietario effettivo di un patrimonio. L’Espresso racconta per esempio come alcune proprietà riconducibili ai Rotenberg siano passate attraverso società delle Isole Vergini Britanniche, di Cipro e di altre giurisdizioni, e documenta anche il caso di una società offshore sostituita dopo che erano diventati più difficili i trasferimenti bancari a seguito delle sanzioni. Il caso di Siena è particolarmente interessante perché mostra come questo fenomeno non riguardi soltanto ville nascoste dietro società anonime. Igor Bidilo, soprannominato “lo zar di Siena”, ha acquistato nel corso degli anni bar, ristoranti, palazzi e attività storiche del centro cittadino, compresi locali legati al marchio Nannini e attività in piazza del Campo. Secondo l’Espresso, una parte della sua ricchezza è stata gestita attraverso strutture offshore e Bidilo è stato indagato in Italia e in Svizzera per ipotesi di riciclaggio, falso e frode fiscale, contestazioni che lui ha respinto. Potrebbe interessarti anche: Topi da biblioteca A questo punto si capisce meglio il significato del titolo scelto dall’Espresso, Fratelli di Putin. Non significa che tutta la politica, l’economia o la diplomazia italiana siano state “putiniane”. Significa piuttosto che negli anni si è formato un sistema di relazioni nel quale interessi economici, rapporti diplomatici, attività culturali e posizioni politiche favorevoli alla Russia si sono incontrati più volte. L’inchiesta dell’Espresso mette insieme proprio questi pezzi: Eni, banche, diplomatici, Rai, imprenditori, politici e associazioni che hanno contribuito, in modi molto diversi tra loro, a rendere la Russia un interlocutore importante per l’Italia. La questione riguarda anche il terreno culturale e informativo. Il caso più curioso di questa settimana è quello di Fëdor Dostoevskij. L’Università di Milano-Bicocca aveva deciso di rinviare un ciclo di lezioni dello scrittore Paolo Nori dedicato all’autore russo, motivando la scelta con l’opportunità di evitare polemiche nel momento dell’invasione dell’Ucraina. Dopo le reazioni suscitate dalla decisione, l’ateneo ha fatto marcia indietro e ha confermato il corso. Parlare semplicemente di “censura di Dostoevskij” è quindi un po’ impreciso: ci fu effettivamente una sospensione o un rinvio, ma durò pochissimo e venne revocato dopo le polemiche. Il caso è comunque significativo perché mostra quanto velocemente una guerra possa produrre reazioni che vanno oltre la politica estera. Una cosa è sanzionare il governo russo, congelare i beni degli oligarchi o interrompere rapporti economici; un’altra è considerare responsabile della guerra uno scrittore morto nel 1881. Dostoevskij non è Vladimir Putin e la cultura russa non è il governo russo. Distinguere queste cose dovrebbe essere piuttosto semplice, soprattutto in un’università. C’è infine la questione dell’informazione. L’Espresso dedica parte della sua inchiesta alla Rai durante la presidenza di Marcello Foa e alla diffusione in Italia di una lettura favorevole alla Russia di Putin. È un tema che va trattato con attenzione, perché la presenza di opinioni filorusse nei media non dimostra automaticamente l’esistenza di una regia del Cremlino. Quello che invece può essere ricostruito sono i rapporti personali, le collaborazioni, gli interventi pubblici e le posizioni espresse da singoli giornalisti, politici e manager. È proprio su questa documentazione che l’inchiesta costruisce la sua tesi. Il fatto è questo: la guerra iniziata il 24 febbraio ha cambiato il significato di molti rapporti che fino a poche settimane fa potevano essere considerati semplicemente rapporti economici, diplomatici o politici con la Russia. Adesso l’Italia deve decidere come gestire le conseguenze immediate dell’invasione, dagli aiuti all’Ucraina all’accoglienza dei profughi, dalle sanzioni alla sicurezza energetica. Ma deve anche fare i conti con una storia precedente, fatta di gas, investimenti, banche, diplomazia, politica e informazione. Per capire perché la guerra abbia prodotto uno shock così forte anche in Italia, bisogna guardare a entrambe le cose: a quello che sta accadendo oggi sotto le bombe e a quello che è successo negli anni in cui quelle bombe sembravano ancora molto lontane. Potrebbe interessarti anche: Sul caporalato e le altre notizie della settimana E questa era l’ultima notizia con cui si chiude questo numero di èQ. Ci ritroveremo settimana prossima, perché nel frattempo sarà sicuramente successo qualcosa e io sarò ancora qui per provare a raccontarlo. O almeno spero. Post Views: 5 FacebookXPinterestLinkedInTelegramWhatsAppStampa Settimanale Invasione russa dell'Ucraina del 2022
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